
Quando un legame affettivo, un ruolo sociale, un progetto identitario o un habitat emotivo si interrompono, ciò che si perde non è soltanto la realtà esterna coinvolta nel vincolo: si perde la configurazione interna che quella realtà rendeva possibile, la versione di sé costruita e sostenuta in quel contesto.
E’ questo un punto di svolta tanto discreto quanto decisivo. Non coincide con l’evento della separazione, né con il suo immediato impatto emotivo. Arriva dopo, quasi in sordina, quando il discorso delle persone cambia direzione. Non parlano più solo di ciò che hanno perduto, ma di una parte di sé che non riescono più a raggiungere. Il lutto, a quel punto, ha cambiato oggetto.
Non è un errore della psiche: è un attimo di transizione impercettibile, eppure è inequivocabile: la lenta, silenziosa demolizione della struttura identitaria che fino a quel momento aveva orientato l’esperienza, definito i confini, stabilito i ritmi e suggerito il senso di appartenenza.
La psiche, sottoposta a questa torsione interna, reagisce con una duplice dinamica: da un lato, attiva un funzionamento quasi automatico, volto alla sopravvivenza psicologica: “Avanza, riorganizzati, stabilisci nuove coordinate.”; dall’altro lato, una seconda istanza resta ancorata alla configurazione precedente. Non per nostalgia ingenua, ma per fedeltà al sé: custodisce la continuità e protegge ciò che conferiva significato, anche quando ormai non è più sostenibile.
Questo scarto tra le due parti, quella che riconosce l’irreversibilità della perdita e quella che non è pronta a sciogliere l’antico legame , è un territorio di soglia, privo di mappe, fisiologico e necessario.
Qui il desiderio assume un ruolo ambiguo. Non richiama veramente il passato in quanto tale; richiama la qualità di sé che il passato rendeva possibile, per recuperare coerenza soggettiva quando la coerenza si è incrinata: un gesto psichico che chiede continuità più che ritorno.
Tuttavia proprio dall’incrinatura ad un certo punto, emerge un movimento nuovo. Non si tratta di una riparazione né di un rimpiazzo: è una ri-organizzazione graduale, che avviene quando le parti interne cessano di essere antagoniste e iniziano a riconoscersi. È da questa integrazione che comincia a delinearsi una nuova percezione di sé: fragile, sì, ma viva; incerta, ma orientata; ancora priva di forma definita, ma già distinta dall’identità precedente.
Questo è l’istante in cui il lutto identitario si trasforma. Non coincide con la rassegnazione, né con l’“accettazione” nel senso comune del termine. Avviene quando la persona può finalmente articolare, anche solo in forma embrionale, un’affermazione semplice e rivoluzionaria: “Posso essere qualcuno anche oltre ciò che ho perduto.”
Dal quel momento, la direzione si sposta. Non si torna indietro. Si comincia a costruire.
Si ricomincia.
valeria Carofiglio
laureata in psicologia
Commento
Quando un legame crolla non se ne va solo una presenza fuori da noi, se ne va la stanza interna che quella presenza teneva in piedi come una trave messa di traverso tra due pareti fragili. È come ritrovarsi dentro una casa dopo un terremoto minuscolo ma preciso, quello che non abbatte i muri ma sposta di un millimetro le fondamenta. Sufficiente a farti capire che il pavimento non è più quello che ricordavi. All’inizio tutti parlano della perdita come se fosse un oggetto smarrito, un pacco dimenticato sul treno, ma poi la voce cambia tono,
perché quello che davvero manca è la versione di sé che abitava quella scena. È come cercare una porta che fino a ieri aprivi ad occhi chiusi e oggi, invece, trovi murata con una perizia fastidiosa, come se qualcuno avesse lavorato tutta la notte pur di complicarti l’esistenza. Questo è il momento sotterraneo in cui il lutto cambia pelle, quando non piangi più l’altro, ma te stesso che non torni più. La psiche, davanti a questa riscrittura non richiesta, si muove come un animale ferito che ha due istinti opposti: una parte prova a correre, si improvvisa architetto, ridisegna mappe, impone nuove regole per sopravvivere; l’altra resta lì, fedele al vecchio sé come un cane davanti alla porta del padrone che non torna. Non è nostalgia, è identità che si aggrappa alla sua ultima impronta. In mezzo a queste due parti c’è un territorio che nessuno vuole attraversare, una specie di terra di mezzo dove non ci sono cartelli né luci, dove cammini come in un magazzino abbandonato e ogni passo risuona troppo forte, come se stessi violando qualcosa di sacro. Qui il desiderio smette di essere un richiamo al passato e diventa una torcia puntata su una zona interna che si è spenta. Non vuole ricostruire la storia, vuole ricostruire il sé che in quella storia respirava. È un gesto psichico che non supplica il ritorno, reclama continuità. Poi accade un fenomeno quasi ridicolo nella sua semplicità: le due parti interne smettono di scalciarsi, si guardano, e in quell’istante nasce qualcosa di nuovo.
È fragile come una statua d’argilla lasciata al sole, è incerta come una mano che cerca un appoggio nel buio, è informe come un volto non ancora scolpito. Ma è viva. E il vivo, anche quando tremola, è più vero di qualsiasi identità già morta ma perfettamente lucidata. La trasformazione arriva quando una persona può dirsi senza crollare che può essere altro rispetto a ciò che ha perduto. È una frase che sembra niente, una di quelle che se la racconti ad alta voce ti senti pure sciocco, ma dentro produce lo stesso effetto di una crepa che finalmente smette di allargarsi. Da quel punto la direzione cambia senza chiederti il permesso. Non si torna indietro, non si recupera la vecchia forma, non si reinstalla il vecchio sé come un backup mal riuscito. Si comincia a creare una forma diversa, una che all’inizio sta in piedi per miracolo, come un mobile montato al contrario, ma piano piano prende corpo. E anche se è lenta, storta, imperfetta, almeno è tua. E da lì, volente o no, si ricomincia. Sempre.
giorgio burdi
Bibliografia dello Studio
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