
“Se fai scorrere acqua dalla doccia per cinquant’anni, davvero pensi non si formi il calcare?”.
Questo paragone compiuto dal Dottor Burdi sarà il mio punto di partenza per il tema che sto per affrontare: la corazza emotiva.
È frequente cercare di difendersi dalle proprie emozioni negative, scaturite magari da traumi, attraverso una corazza difensiva. “Se non lo mostro non c’è” è quello che ci raccontiamo, di cui ci autoconvinciamo.
Ma la verità è che, esattamente come il dottor Burdi cercava di spiegare con quella similitudine, se facciamo scorrere per un lungo periodo tristezza, angoscia, rabbia, delusione nel nostro cuore, senza cercare aiuto, finiremo per creare un calcare metaforico sempre più difficile da scrostare.
Il calcare si accumula, si insinua nelle fessure più sottili, gli ugelli si otturano e l’acqua non scorre più libera. In certi punti esce a fatica, in altri smette del tutto. E anche dove scorre, non è più pulita: trascina con sé residui, ciò che si è depositato nel tempo.
Chiudersi in questa corazza difensiva è nocivo per noi e per le persone che ci circondano. Noi non saremo più in grado, con il passare del tempo, di esternare emozioni anche semplici e positive e le persone che amiamo soffriranno il nostro distacco, perché effettivamente abbracciare una persona con un’armatura non è mai stato semplice.
Soffrire è normale, è giusto, e riconoscere di avere un problema da risolvere è la soluzione stessa.
Non lasciamoci intorpidire da questa stupida corazza, esterniamo le nostre emozioni e qualora non dovessimo riuscirci, dobbiamo avere il coraggio di parlarne con qualcuno che può aiutarci.
federica alfonso
tirocinante di psicologia presso lo studio burdi università statale di Foggia
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