
VERGOGNA ED IMBARAZZO
I freni al Tuo Big Bang
L’imbarazzo e la vergogna sono il peggior nemico dell’ espressione profonda di se, la cristallizzazione della naturalezza e della spontaneità, l’ altra faccia della medaglia della rigidità, amica delle corazze caratteriali, una tendinite dell’ anima, la negazione della bellezza. Sono le pasticche dei freni della vitalità e dell’ emancipazione dai luoghi comuni populisti.
Un bambino, per imbarazzo e vergogna è costretto a vivere dietro alle grate della propria ovattata prigionia dorata educativa, essa pone il confine frustrante tra mondo interiore, prospettive e il mondo sociale dei piaceri e dei giochi , irraggiungibile e pericoloso agli occhi dei suoi fobici adulti .
Un bambino che non gioca, fa il bambino adultizzato che da adulto farà l’ adulto Peter Pan. Un bambino imbarazzato è timoroso del mondo, violato nei suoi capricci, taciuto dalle diffidenze adulte, percosso e umiliato dai loro complessi, abbandona il contatto con se stesso e con la socialità diffidata.
Senza il contatto con la propria pelle non c’è vitalità , si delega sul contatto altrui. La propria pelle diventa la pelle degli altri, certi di esistere solo se gli altri ci sono. Questa modalità genera la frustrante paura per la solitudine e la frustrante persecutoria paura che gli altri abbandonino, tale da fomentare quella odiosa dipendenza affettiva delirante .
La pelle rappresenta il confine contenitivo e delimitante tra la nostra entità e il mondo. La pelle pone il confine tra l’ anima e la profanazione dell’ indiscrezione dell’ invadenza. Ogni parola azione rimbalza sulla pelle se non edifica, passa attraverso di essa se promuove e comprende, se la oltrepassa come una lancia, viola e traumatizza.
La prossemica è quella distanza metrica naturale che ci impone di tutelarci dalle altrui invadenze e di accorciarle quando c’è accoglienza.
Il progetto di approdare alla propria pelle, a Se Stessi, riordina l ‘ assetto verso l’ auto appartenenza, nemica della dipendenza affettiva.
La fobia che gli altri siano abbandonici, innesca un vissuto di irraggiungibilità di relazioni stabili, che fagocita nella rabbia, che il mondo sia ostico e squilibrante, tale da desiderarne la distanza. È la paura che gli altri abbandonino a condizionare gli altri ad abbandonare per l’ incertezza che suscita la paura .
O rimaniamo soli e odiamo il mondo, o impariamo a toccarci e a recuperare il contatto con se per sentirci e percepirci presenti a noi stessi e al mondo. L’ assenza del contatto con se, con il piacere di se e attraverso con la propria auto realizzazione, genera l’ assenza e la distanza dagli altri.
Se qualcuno ci ha violati, toccati, nostro malgrado, viviamo la perdita del confine, la violazione di quel preciso sacro confine esistente tra noi e il mondo. Si annida nella memoria la macchia da voler mantenere la distanza è il distacco da tutto per effetto della generalizzazione.
In analisi sradichiamo le loro mani dalla nostra memoria, certe parti di se che non venivano più considerate, riprendono a far parte di noi come legittimi proprietari . ci riconciliamo con noi stessi e con quegli altri che non c’entrano, condannando il solo violatore che ha profanato noi stessi.
Il recupero della propria pelle è il recupero della propria integra identità che si chiama persona e lo sradicamento e lo scollamento delle mani, dalla memoria, del demone dalla nostra pelle, è lo sradicamento delle loro mani, come delle metastasi dalla propria vita partendo dalla propria memoria, che rimane circoscritta in quel tragico ricordo deprivato dei ponti verso il presente. Questo è un modo metodologico per procedere al recupero del senso della propria integrità e del proprio benessere .
Nei casi di abusi sessuali la vera violenza non è determinata solo dall atto in se, ma dal radicamento dell’ esperienza traumatica, come metastasi immobilizzante la quotidianità.
La memoria del trauma viene percepita non come la memoria del passato, ma onnipresente nel qui ed ora, come un cancro di adesso.
La vitalità esiste innanzitutto nel contatto con se stessi e non con le aspettative altrui, attraverso le loro opinioni c’è l’ incertezza di vivere perché non sono le propria con la conseguente paura di essere sempre sbagliati, tentennanti come funamboli sul filo della vita.
Madre natura ci ha dotati di due gambe e due piedi per essere stabili e camminare su noi stessi, ma facciamo di tutto per camminare con i piedi e stare sulle gambe degli altri, vediamo con i loro occhi e con i loro valori non curanti del valore di noi stessi.
giorgio burdi
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Reazioni di Sissi
Diario, 1 novembre 2021
Sento le spalle chiudere il torace mentre mi guardi, mentre parli e mi chiedi qualcosa. Sono io che chiudo il fiore della mia anima con tutti i petali che conosco perché temo che a guardarlo se ne scorgano le sbavature.
Mi guardi, mi trafori, vuoi prendermi l’anima, gustarla fino a sputarla come se fossi il primo goccio di vino guasto. Tutto questo tempo a correre sui binari, sempre e solo binari, come recinti innevati dove raccogliere sogni e respiri; binari che per me sono la vittoria di sapermi al mio posto, nel posto che il mondo ha accettato di concedermi, un posto a cui mi sono solo adeguata e che non ho scelto.
Ed è sotto queste sembianze rattrappite, incolte, senza venature, che allungo il collo, lascio che il naso esplori oltre gli aromi e mi bevo i colori del mondo. Così brillanti, vispi, vivaci, veri.
E le profondità io le vedo, proprio perché mi sono negate, o forse qualcosa in me è portato a vederle. Quante crepe, quanta lava in questo corpo recinto dai binari della solitudine, da quei nodi rimasti incagliati nelle ancore di barche mai partite.
Ma com’è possibile che la solitudine sia tanto affollata? E sono sempre a chiedermi se il mondo si accorga che le orme che lascio sono orme di mostro, che ho la responsabilità di tutti i miei limiti, che sono un fascio fallito di emozioni belle e che mi chiedo quanto povera sia questa mia anima se non conosce amore, se non conosce carezze.
Quanto è difficile la gentilezza dell’intimo contatto per me. Se la immagino, quasi mi nausea. Eppure la sento in un posto remoto di me, un posto sigillato dall’esperienza di anni di sacrificio segreto e stratificato. Nel contatto mi pare esserci sempre un grido d’aiuto che io non ho energie per offrire. E lo sento sulla pelle quel grido: l’altro diventa lo sventurato che s’aggrappa alle pendici del burrone per non cadere.
Sono io quelle pendici e dell’altro mi rimane la disperazione, gli occhi gonfi di buio e terrore, mentre rimango solida per non farlo cadere. Ma la verità è che a furia d’essere solida mi son saputa friabile e son caduta io nel vuoto non sapendomi aggrappare all’aria, non volendomi aggrappare affatto.
Se ruoto gli occhi nel mio petto, so che esiste un altro tipo di contatto. Eccole, le vedo se chiudo gli occhi: sono due mani tiepide che s’accarezzano, due corpi che emanano calore e profumi a furia di baci infiniti, fiori dischiusi, brividi che scuotono anni e istanti, a seguire lo spartito del cuore che accelera per pompare più sangue, a far vibrare la pelle e il sesso con cerchi concentrici di piacere così simili a quell’acqua che si espande in cerchi sotto il tocco e l’ingresso di un sasso.
Come mi sento simile all’oracolo Cassandra nell’amarezza di sapere con gli occhi interiori questa vasta meravigliosa verità e contemporaneamente come sono simile a chi l’ascoltava nel non vederla fuori io stessa.
Da qui, come un marchio purulento, la vergogna d’essere me, d’essere i miei anni, d’essere la mia storia, di sentirmi il fallimento della naturalezza umana.
Fra questi binari, a sera, sospiro, m’accarezzo e m’asciugo leguance intiepidite dalle lacrime. Il calore che sento me lo dono come la promessa d’essere per me una mano d’intima gentilezza.
Sissi
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L’ OPPORTUNISTA
L’ OPPORTUNISTA
Mi serve, lo uso, lo prendo, lo getto, è un domo pack, una prestazione d’ opera gratuita, una agenzia di servizi, è come uno scarabocchio nel cassetto, un appunto stropicciato, un barattolo nel cestino, un fazzoletto soffiato, un tovagliolo sulle labbra, un profilattico, una scatola di sigari, un vuoto a perdere, un cellofan dei biscotti, l’ acqua degli spaghetti, un sacchetto della spesa, un pranzo in una dissenteria, l’ umiltà in soffitta, il fumo di un toscano, un falò fatto cenere, un botto di capodanno, un battito di ali verso il cielo.
Può un uomo essere così fugace, consumato come uno stuzzicadenti, sola sorgente di informazioni, di prestazioni, di energia da utilizzare, un uomo mono uso usa e getta ?
L’ opportunista è un bulimico, ti fagocita, e poi ti sputa, è un ladro, fa furto del tuo tempo, delle competenze, ti usa, e non sta bene, si ricarica e scompare, dimentica, non fa memoria, è macchiavellico, il fine, è renderti utile, non fa riguardi , non è discreto o riconoscente, gli è tutto dovuto, si spaccia per amico, fratello o famigliare e alla fine, per completare la sua manipolazione, ti dice di volerti bene.
L’ opportunista, non tollera il no, è un manipolatore, adulatore, un affettivo di circostanza, è l’ amico su Facebook, è la bambola di gomma di Tinder, è un invadente, spregiudicato nel giudizio, si autorizza a fare interminabili domande, l’ antitesi della privacy, l’ opinionista è incompetente, è un conformista globalizzato, sa “come si vive”, da consigli non richiesti, è un invidioso, di chi l’invidia non la conosce.
L’ opportunista ti gira le spalle, se ne frega, “ l’ acqua passata, non macina più” , lontano dagli occhi, lontano dal cuore, passato il santo, passata la festa, è l’ uomo che vive alla giornata, domani ci pensa, cinico, ha la memoria corta, è scordevole ed obblighi non ha, ha l’ alzheimer da circostanza, “ Chi ha avuto, ha avuto.,chi ha dato, ha dato… scurdámmoce ‘o ppassato, Simme … paisà! “ . Tutti luoghi comuni, cosi tanto evidenti e presenti che impregnano la nostra cultura e la rendono insignificante.
L’ opportunista, è anche l’ uomo dei favori, che attende dieci volte il loro rientro, non è un meritocratico, salta la fila, è frettoloso, scavalca, arrampicatore sociale, quello dello status simbol, ama, quelli di “una mano lava l’ altra”, o “mi potrà essere utile”, ti promette, è un politico che baratta prestazioni e cortesie.
L’ opportunista è un pappone, un business man, uomo d’ economia, spilorcio d’ affari, barattatore, uno scambista, non spende mai è uno scroccone, fissato alla fase anale, vende fumo, va sempre al ribasso e ti rifila un mattone, alla prima occasione ti vende.
Ti frequenta finché produci, tu vali quanto capitalizza è un consumabile. Materialista spudorato, per lui sei materiale deteriorabile, nemmeno riciclabile, un fecaloma da espellere prima o poi.
L’ opportunista è un ricercatore di opportunità, di prospettive di un suo migliomento. Prendi tre e ne paghi uno.
L’ opportunismo è uno stile di vita dei peggiori vizi capitali di nuova generazione.
L’ opportunista è il materialismo della dignità, l’ assenza e la non curanza dell’ intelligenza, è la rappresentazione dell’ uomo oggetto, che lo vede schiavo. La rivoluzione contro l’ opportunismo è la riqualificazione per un uomo non riducibile ad oggetto di consumo, rappresenta il recupero del rispetto di se dell’uomo e della sacralità del proprio tempo.
giorgio burdi
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PERMALOSO E SUSCETTIBILE
Permalosità e suscettibilità: E le due facce della stessa medaglia.
Uno scherzo, una parola di troppo o detta in modo fraintendibile, una critica innocente, una battuta o un’osservazione non richiesta… sono tutti aspetti comuni in un dialogo e che, di norma, non recano alcun danno. Per i soggetti permalosi e più suscettibili, invece, tutto ciò può essere motivo di offesa se non un attacco alla propria persona.
Andando ad analizzare l’etimologia del termine, Treccani definisce un soggetto permalóso: “Una persona facile a offendersi, che, per eccessivo amor proprio, si risente e s’indispettisce di atti e parole che altri non considererebbero offensivi (e che per lo più non sono tali nelle intenzioni)”.
Andando a fare un’analisi psicologica, piuttosto, è importante notare come la definizione sopraindicata sia incompleta e parziale. Infatti, contrariamente all’inciso “per eccessivo amor proprio”, la causa primaria di un comportamento permaloso e suscettibile è la mancanza di autostima.
I soggetti permalosi mettono in atto un meccanismo di difesa quale la proiezione. Questo meccanismo può avere dei risvolti sia positivi (si pensi all’empatia), che negativi, come in questo caso. Il soggetto allontana da sé un contenuto psichico che non è accettato e riconosciuto, spostandolo all’esterno…: “il cattivo sei tu”. In altre parole, i soggetti permalosi percepiscono dagli altri le criticità e i presunti attacchi che in realtà risiedono dentro di loro. In questo caso, di fronte ad una parola fuori posto, gli altri diventano ostili, cattivi.
Allo stesso modo, quando una persona ha un’immagine di sé vacillante, cerca nell’altro conferme e gratificazioni. Questo, può influenzare i rapporti personali, le relazioni e le reazioni altrui, intaccando non solo la sfera sociale ma anche, per esempio, quella lavorativa o familiare. Inoltre, di fronte alla percezione di un’offesa da parte di un caro, il soggetto vive tutto in maniera più amplificata. In questo caso non solo aumenterà l’insicurezza e il disappunto verso se stessi, ma si avrà anche la sensazione di essere stati traditi.
“La persona sottopone il prossimo a una continua prova d’amore e ogni mancanza innesca forte delusione, senso di sconfitta, sfiducia e sensazione di tradimento.”
È bene sottolineare, poi, come la permalosità e di conseguenza la mancanza di autostima, abbia cause diverse da soggetto a soggetto (per esempio quelle dovute alla sindrome di abbandono), spesso radicate anche nella prima infanzia, oltre ad avere forme di espressione e reazione diverse.
Infatti, al contrario di un soggetto visibilmente fragile, la permalosità si presenta anche nei soggetti con un eccessivo (apparente) amor proprio, come nel caso di un narcisista. Il narcisista è un soggetto che, dietro le proprie fantasie di grandiosità, maschera un’autostima fragile, sentimenti di inferiorità e paura di un confronto. La permalosità di un narcisista spiega le reazioni di rabbia ad un presunto attacco, ad una critica o un disaccordo, data dalla paura che possa vacillare la propria corazza.
Uno dei massimi studiosi della patologia narcisistica, Heinz Kohut, afferma che tali reazioni hanno “l’obiettivo inconscio di cancellare l’offesa di chi ha osato opporglisi, incomprendere, dissentire o fargli ombra”, così da non dover affrontare e mascherare la propria insicurezza.
Facendo testo alla sindrome dell’abbandono sopracitata poi, i soggetti in questione sono alla continua ricerca di approvazione e gratificazione. Una critica e una presunta offesa, seppur minima, possono portare in memoria le sensazioni di abbandono e tradimento, scalfendo ancora di più la propria autostima e la propria immagine.
Francesca Scalera
laureata in psicologia clinica e della riabilitazione – Tirocinante Presso lo Studio BURDI
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DESIDERO ERGO SUM
Desidero Ergo Sum
Il Motore della Vita
Tanto di rispetto per Cartesio, ma le scienze di oggi sono molto lontane dalle sue elaborazioni filosofiche, dai suoi famosi aforismi e dalla sua nascita avvenuta nel lontano 31 marzo 1596.
Di lui, non esiste definizione più discutibile come quella di “ Cogito Ergo Sum “, penso dunque sono. Facciamo molta attenzione a quando pensiamo, a cosa pensiamo ? Domanda retorica, pensiamo ai problemi. Quando siamo pensierosi siamo prevalentemente in uno stato preoccupazionale.
“ Desidero Ergo Sum “ , “ Desidero, Dunque Sono “ . Questa è l’ affermazione più rappresentativa di una persona, ovvero, cosa altro avremmo di fondamentale, se non il nostro vettore motivazionale presente nei nostri desideri ?
È il desiderio che incanta e accende la vitalità, esso porta all’ attenzione l’ essenza di se, la vera spinta ad esistere.
Il Desiderio è un vero e proprio propulsore di vitalità, sollecita la mente che la fa sussultare attraverso la pelle. Il desiderio sovrasta la paura, il piacere è il vaccino della paura. Questa è la legge della mente.
Il desiderio Sollecita la ricerca, ostina il biologo, lo psicoterapeuta, il matematico ad osservare i fenomeni e a ricercare in essi il nuovo, a dare voce all’ ignoto e alle mancanze, avide di essere comprese.
Un desiderio anima la fantasia, sollecita condivisione, diventa causa ed effetto di un’incontenibile estasi tra ignoto e conosciuto. Qualsiasi forma di ignoto eccita una ricerca.
La stessa sregolatezza è tutto ciò che non sta affatto bene agli altri. Essa è l’evidenza di una diversità sconcertante. Abilitarsi allo sconcerto rende strong e maturi. È il desiderio che delinea il confine tra noi e gli altri. I nostri desideri rappresentano i peggiori disappunti, la distanza e l’ esplosione della polemica per gli altri.
Un desiderio impetuoso, trova nella seduzione la sua massima espressione, attraverso quelle emozioni i involontarie che fanno vibrare i sensi, esse sono talmente veementi e prepotenti che allo stesso tempo mostrano la nostra più intima fragilità, perché rivelatrici di bisogni.
Il desiderio è la motrice che risolleva dall’ordinario, è il pacco regalo delle novità, è la sorpresa nel cilindro che regala lo stupor, è fibrillazione adrenalinica, slancio, passione, vita e vita ancora.
Il desiderio è cavernivolo, ma la sua consapevolezza lo rende elevato ed illuminato tanto da saperlo gestire, chi non riesce a codificarlo, non lo sa gestire, lo subisce e ne resta predominato come fosse una malattia.
Il Desiderio è allo stesso tempo tormento e piacere, auspica al godimento. Più si è tormentati, più si ha un appetito smisurato di desideri.
Il tormento passa in assenza di desideri.Quando i desideri si fanno smisurati, spaventano e diventano tormento.
Non ci sarebbe la propensione al piacere, se ci fosse la sua assenza o la sua scomparsa.
Tutto ciò che dà piacere lega e genera dipendenza perché ricercatrice di presenza, di complicità, ma lega e dà dipendenza anche ciò che frustra e genera dolore, nel tentativo di ricevere amore.
In tale dinamica, esiste una smania insopportabile attraverso pretese non giustificate per catturare e rendere l’ altro preda ed oggetto del proprio piacere e nello stesso tempo proprio tormento.
Quando l’ oggetto del piacere c’è, risulta essere seduttivo, quando si ecclissa diviene solitudine, vuoto. Ma il desiderio può e deve prescindere dall’ altro. Quando il desiderio prescinde dall’ altro, viene raggiunta l’ autonomia perché raggiunge l’apice dello star bene e del desiderio di sé.
Chi alimenta il desiderio continuo dell’ altro, si allontana da se, alimenta il suo decentramento , ma, allo stesso tempo, il desiderio di sé, come amore e auto realizzazione di se, promuove una relazione esaltante.
La convinzione che noi siamo i desideri che proviamo, ci permette di apprezzarci, di osservare la meraviglia che diamo, questo ci cambia lo stile e la prospettiva di vita, aumenta l’ autostima e ci rende meno avvezzi alle malattie e ai sensi di colpa.
Passare dal mood del pensare e del dover essere, verso il desiderio,
conduce ad una sofferta libera emancipazione da una arretratezza cavernicola, da quel modo popolare di pensare stereotipato, da tutti coloro che inconsapevoli di quale prigionia mentale li attanagli, vorrebbero riproporci, come un mantra,lo stesso identico pensiero reiterato, comune della società della caverna, come critica del desiderio puro, per riproporci inesorabilmente, come magia delle ossessioni, le stesse grate degli obblighi e degli arresti.
Si palesa un continuo confronto e conflitto sociale tra il pensiero della caverna e il desiderio come prospettiva emancipata, come se quest’ultimo fosse una minaccia verso il disordine, un demone della perdizione dal quale difendersi.
Questo conflitto si pone come un tentativo di recupero alle funzioni oscurantiste precedenti, nel tentativo di indurre a quel perpetuo familiare senso di colpa di vivere un se auto rinnegato, assente, privato dei piaceri, a svantaggio del demone desiderio.
I desideri repressi del quotidiano creano una catena interminabile di sintomi e malattie. Gli stessi sintomi sono gli indicatori diretti della negazione di se, sono la non esistenza. Ma la vita fondata sui dolori e sulle privazioni che senso avrebbe se tutte le scienze hanno il solo scopo di superarli.
Se la vita è nel desiderio, non si comprende per quale forza malefica della natura, dovremmo subordinarci al non senso, al sacrificio. E chi l’ha deciso e per quale legge del pensiero, il desiderio non sia costruttivo, e non realizzi e non costruisca tutte quelle attitudini fini ad ora attribuite agli obblighi ?
Solo i desideri motivano i più grandi progetti della vita e le più grandi imprese ciclopiche, ci rendono mentalmente produttivi e monumentali, mentre il dovere, l’obbligo, il sacrificio, il senso di colpa, sono modalità rappresentative dell’ insicurezza, rendono tremendamente dipendenti ai dogmi. Ognuno resta dipendente se rimane dipendente al senso inesorabile del solo dovere se da esso non si emancipa.
L’ antipodo è istruirsi al desiderio, ed è il passo più lungo della gamba, perché per emanciparsi, il passo deve necessariamente essere più lungo del solito.
δesidero εrgo σum
giotgio burdi

Dalla Sofferenza, alla Serenità, al Desiderio: un Tragitto verso la Felicità
Sofferenza, Serenità e Desiderio.
un tragitto verso la felicità.
Spesso siamo continuamente adagiati nell’ attesa di eventi che ci cambino la vita, sospiranti di passare dalle precarietà delle sofferenze, alla serenità auspicata e rilassata, aspiranti verso il desiderio.
La sofferenza immobilizza, è aggressiva, imbambola, frena,isola, introietta, implode, impedisce l’ intraprendenza, lega i pensieri, lega le mani, inibisce la caparbia, demotiva l’iniziativa, ti scoraggia, ti siede e ti stende, rende fobici, insofferenti e insoddisfatti, fa ginnastica passiva, demonizza gli eventi, si lamenta sempre, è astenica, passiva,è statica, istrionica, blocca, affossa, seppellisce, è ritrosa, nervosa, introversa, arrendevole, è paranoica, attende solo sentenze, è diffidente, è un urlo disperato di vita, giudica e teme il giudizio, è intrusiva di pensieri di malattie e di morte, ti incarta, ti imballa e paralizza.
La serenità è una meta tanto sospirata, acquieta, è stasi, si distacca dalla realtà, evita intrighi, confusioni e conflitti, non è invadente, né invidiosa, è indifferente, fa la brava, è pia e bigotta, non si impiccia, è ipocrita, si astiene, è buddista, fa yoga, pilates, è discreta, si distacca, trattiene, è fedele, è uno status quo di grazia, non muove una foglia, è un mare piatto, caos calmo, è paziente e severa, non punta il dito, non si compromette mai, è super partes, non si schiera mai, è un angioletto, scaccia l’ impulso a vantaggio della noia, orientata alla malinconia, evita le iniziative, pur di ottenere la calma ed essere difesa.
Il desiderio è turbolenza, inquietudine, emozione, effervescenza, esalta la ricerca, è diavoletto, orientato all’ amor proprio, non cede al senso di colpa, non colpevolizza, vive e lascia vivere, è complice, è rock and roll, è Dire Straits, persegue il piacere, è un fuoco d’artificio, una cascata tiepida, genera benessere, è frenetica nel condividere, è riservatezza, vorrebbe urlarla, è pressione adrenalinica, battito cardiaco nelle arterie, è un metro sopra la testa, se ne frega del giudizio, è parente stretto dell’ edonismo, un botto di petardo a capodanno, che delinea un inizio tumultuoso.
Chi è tranquillo, si accontenta, ma chi si accontenta non gode, si ferma, si orienta all’ ozio. La tranquillità fomenta l’attesa, e se attendi troppo, trovi la noia. La tranquillità è passiva, cerca ciò che già conosce, Il desiderio è attivo, fomenta l’ osservazione e la ricerca, accoglie il nuovo sconcertante e non lo spaventa, brucia la noia, è audace, è Cape Canaveral, il propulsore e la spinta al bello, è il contrario dell’ attesa, è iniziatore, protagonista e determinista, è intraprendente, osa, è caparbio, parla chiaro, spiattella e se ne fotte del populismo.
Che male c’è nel desiderare, se le situazioni, le persone che ci sono attorno sono fatte di corteccia, e le loro sofferenze son legate ad una vita di apparenze, sopravvivono di essenzialità, vivono di solo calcio, di numeri ed algoritmi, di pesi e di misure, di ascese, di accumuli da esattori, calcolatori, pressoché capitalisti, miseri arricchiti, di un vuoto esistenziale, i veri poveri sono i ricchi, freddi in petto, tecnici anafettivi, scevri di sentimenti, di ogni stimolo di emozioni, vivono di porno e trattengono le lacrime, monolitici, tutti di un pezzo, affidabili colonne fredde di travertino, cappelle cimiteriali, lontani fugaci punti vista di riferimento, muti, statici di sicurezza e serenità apparenti.
Basta un tetto, del sesso, del cibo e la pecunia, per essere sereni ? Anche, ma Senza un flusso di parole condivise, come una fiamma ossidrica, che legame o saldatura ci sarebbe?
Chi desidera è intraprendente, suda a maniche di camicia bianca rivoltate, ha i calli sui neuroni, è resiliente, è un ricercatore di mille soluzioni per un solo problema, piuttosto che mille problemi per ogni soluzione, invece chi è tranquillo, non gliene fotte nulla, ne del problema ne della soluzione invece chi soffre, subisce i problemi, non vede mai soluzioni ed è un residente in via passato al numero zero.
Esistono pochi altri, piacevoli veri, uomini alfa, attivi, positivi, intraprendenti, costruttori propositivi, accoglienti, non oppositivi, non resistenti, fatti per far vibrare, scuotere e brillare, operatori di risorse, illuministi, che hanno mille colori per interminabili mille sfumature di grigio, che lasciano e fanno vivere, non sono né invidiosi, ne complottasti, ne competitivi e gioiscono per i successi altrui.
Star bene da soli è il primo obiettivo, ma star bene con certi altri è un obiettivo superiore che va oltre di noi, è il non plus ultra, Se stai bene con te, riesci a fare a meno degli altri, e se riesci a fare a meno degli altri ti cercano tutti.
Bisogna piantarla di demonizzare il desiderio, esso è la chiave che permette l’ attrazione per tutto, per lo studio per i lavori per le relazioni vere. Senza il desiderio si è spenti, non ci sono ne motivazioni, ne sapori, ne mare, ne arcobaleni, non si godrebbero i figli, il lavoro, la casa.

L’assenza di godimento, è l’ alienazione, della motivazione a vivere, dei bisogni, e delle intime attitudini, è l’ essere votati al dolore, al già noto, obsoleto e scontato, al dovere, del “ si deve, per forza”. Quale croce o buio è fine a se stesso, se non è invece orientato alla luce oltre il tunnel ?
Se non avessero senso il piacere e il godimento, non saremmo mai nati, non saremmo mai stati concepiti; è il piacere che spinge all’ accoppiamento, alla vita e la vita rinasce se si possiede la spinta verso il piacere. Per quale motivo di follia allora dovremmo ontogeneticamente essere orientati a soffrire ? Vive chi reagisce al dolore attraverso il suo urlo di vita.
In assenza di piacere non avrebbero senso tutte le attività cliniche e sanitarie, compresa la mia, tutte alleate nel dichiarare guerra al dolore, alla sofferenza umana; il dolore non è mai la meta, ma il tramite per la salute, il benessere e la gioia. La vita va goduta, sul proprio balconcino sul prato o sul balcocino di Licata, come un caffè arabico, cremoso e dolce nel suo essere amaro e profumato nel suo sapore.
Quando si dice, è una persona viva, si intende attiva, agguerrita verso il dolore umano, serena, generatore naturale come l’ istinto che lo caratterizza, del desiderio di esistere, di godere quello che è e quello che fa piaccia o no agli altri. Tanto le sofferenze, i doveri e le responsabilità chi li scorda? Tra l’ altro non ci ricorderanno manco per essi. Le sofferenze ci saranno sempre e sono talmente tante, che sarebbe il caso difendere sempre l’ umore e la vitalità per la quale avranno più memoria.
Chi lo dimentica è vincolato alle proprie zavorre, non si ribella mai, non sbraita, e non spacca mai nulla per disperazione, con il rischio di identificare la vita al peso delle zavorre della mongolfiera, lasciale cadere se vuoi risollevarti dal terreno e dal fango, verso il crepuscolo dell’ orizzonte. Bisognerebbe lasciar traccia delle bellezze, considerato che abbiamo spesso solo la memoria del peggio.
Non si può essere poeti solo quando si soffre ma andrebbe dato onore ai poemi sulla gioia.
Chi possiede la malattia del dovere, trasmette la cultura della rinuncia, dell’ accontentarsi e del contenersi; chi possiede la cultura della vita vive inevitabilmente per il piacere che per sua prospettiva, si auto conduce alla propria felicità.
giorgio burdi

L’ IPOCONDRIACO
L’ Ipocondriaco e il bambino adultizzato
Che cosa è l’ipocondria ? È la paura di vivere, di convivere con la fobia di accollarsi ripetutamente malattie e morti impellenti inesistenti, pensandole, è una malattia fumogena, si teme di ardere su un arrosto di pensieri materializzabbilii.
La vita dell’ ipocondriaco scorre nella dimensione di una bolla grigia dell’esistenza, è l’ uomo della nuvola di Fantozzi, dove la sola obiettività è quella di potersi impellentemente ammalare, vive in uno stato continuo di auto sabotaggio delle proprie aspettative, in una capsula spaziale, in una schermatura auto protettiva, espressione di una vita consumata all’ angolo delle opportunità.
L’ ipocondriaco fa una vita da spettatore indifeso, dedicata a proteggersi da invasioni marziane, le vere invasioni, in effetti, sono tutt’ altre, quelle della sua famiglia d’ origine extra terrestre, c’è un covid perenne nella vita di un ipocondriaco, mai protagonista del suo quotidiano e depositario di sedimentazioni “radioattive” di conflitti passati.
Tutto dipende da quanto è stato impregnato e formato ad essere spettatore di situazioni malate, assorbendole, e quanto poco tempo ha dedicato al suo protagonismo nel fare ciò che era, godendo dei suoi desideri, rimasti repressi.
L’ ipocondria rappresenta una virtualizzazione della realtà, una fantascienza in un horror creduto e immediatamente sostenibile.
Per sconfiggerla, bisogna cedergli, perché sarebbe come cedere ad un fantasma, alla visione di lungo metraggio di fantascienza, ad un viaggio interstellare ed Inter galattico di StarTrek, ad uno stato mentale auto suggestivo.
Essa proviene dall’ orrore distorto del quotidiano passato, agito in un presente decisamente migliore. È un presento rovinato inconsciamente da una memoria del passato. Il passato è l’astigmatismo della nostra mente, ciò che noi vediamo, il più delle volte, non è ciò che esiste, vediamo ciò che abbiamo già veduto, vediamo la memoria.
L’ ipocondria è memoria, che polarizza negativamente il pensiero. In questo caso la memoria agisce involontariamente come una cronaca nera del presente, in un ripasso continuo di un Tg24, di tormenti su un filo spinato.
L’ ipocondriaco cerca ripetutamente rassicurazioni presenti, per memorie anguste passate.
L’ ipocondria è una frenata continua sull’ asfalto del proprio percorso, è l’ espiazione di colpe che non ha mai commesso, è il fagotto e la zavorra dei sensi di colpa, l’ assunzione dei peccati, è la paura per le proprie idee, dagli altri, giudicate folli, non condivisibili, è il il dito puntato contro, la svalutazione del gioco della vita spensierata del bambino che è stato, è il ridimensionamento del proprio Eros, la supremazia dell’ istituzionalizzazione.
L’ Ipocondriaco recita il verbo condizionale, e se, e se, e se, è proteso al futuro, ad una progettualità che non c’è, impotente e incredulo di progettare il presente, dove il sintomo rappresenta solo l’ alibi di una sfiducia alla quale è stato formato nel passato.
Lipocondria è una forma di progettualità del futuro per evitare di progettare il presente, è la fuga dal presente, da un presente impoverito del senso, fatto di obblighi, da facchino con valige cariche di alibi di beghe. L’ ipocondria impone la risoluzione di un passato fastidioso ed incistito.
Nell’ ipocondriaco, il peggio degli altri diventa il proprio, teme che tutto ciò che accade agli altri, accada a se. Anzi è già accaduto, perché si sente già male. Ha una mescola, una centrifuga di confusione tra gli altri e se. C’è la perdita della propria individualizzazione. L’ ipocondria è la confusione e la fusione con.
Da cosa nasce ? Dalla messa in disparte del soggetto interessato, a vantaggio dei suoi antichi cari.
L’ origine è famigliare, di chi ha fatto della propria infante – adolescente, da genitore ai propri genitori, inserito suo malgrado, in responsabilità non dovute. Da situazioni super apprensive e protettive genitoriali incapsulanti. Tali formazioni acquisite, continueranno ad agire nella coppia presente, tramutandola al passato.
L’ ipocondria è la narrazione e la voce di una esistenza passata, sui fotogrammi di una pellicola presente.
È la sofferenza e lo strazio per i conflitti i dilemmi e le precarietà delle malattie relazionali arcaiche di famiglia.
Un ipocondriaco è figlio di genitori ansiosi – apprensivi – ipocondriaci o litigiosi e psicosomatici.
Pertanto, l’ ipocondria è la malattia della sua stessa famiglia originaria, col sacrificio di se, per non dispiacere la stessa.
Lipocondriaco si è convinto o si è fatto convincere, che lui viene dopo tutti, e i suoi sintomi altri non sono che un urlo all’ esistenza, per un bisogno disperato di riconoscimento e di accudimento, grida, basta, non sono un fantasma, non sono trasparente, voglio che mi vediate.
Urla e sbraita “io esisto” come nell’ espressione socialmente contestata di “Ego-ista”, che etimologicamente recita come: “l’ amore vizioso di se”, nessuno mi ha mai viziati, coccolato, allora lo faccio da me, sbraitando ed urlando il dolore e il diritto ad esistere e a star bene.
L’ Amore viziato di se, indica il diritto di avere i propri visi come desiderio di vivere. Non c’è massima espressione celebrativa e considerazione dell’ amore proprio, se non inneggiare al diritto al godimento della vita, come antagonista del dolore dell’ ipocondria.
Chi non aspira nella direzione della dedizione ed auto realizzazione di se, non potrà mai star bene, il vizio di se, come la richiesta di coccole, il flirt e l’ Eros è auto celebrazione per una celebrazione di se alla vita mai riconosciuta, è ciò che bene per se, che si distingue da ciò che era bene per la famiglia. Senza l’affermazione del vizio di se, i vizi possono diventare altro, ipocondria o dipendenze.
Attraverso l’ ipocondria si cerca di perseguire, per intercessione dei sintomi, attenzioni, considerazioni, rassicurazioni, guide, sicurezza in persone adulte.
L’ Ipocondriaco non gioisce mai, e se lo fa, è trattenuto, teme di pagarla cara con un pegno, e come un superstizioso, teme la gioia e l’euforia, la felicità, come se ne fosse immeritevole, perché immeritevoli e non dovute le attenzioni passate, e vive l’ esistenza, come fosse un esame senza fine, senza alcun titolo finale, ed ogni esame reale diviene di fatto una tragedia costernata di sintomi.
In conclusione, l’ ipocondriaco pensa sempre e pensa al peggio, pertanto il suo pensiero è malattia, è un adulto rimasto quel bambino, sempre turbato e preoccupato. Ma possiede una parte forte e sana, lo stesso bambino adolescente, giocherellone , semplice, che fa capricci per giocare, perspicace ed immediato, che possiede ancora sogni da realizzare.
Il muscolo del pensiero sabotatore, si può ridimensionare e distruggere, dando ragione al “SENTIRE”, al PROGETTARE L’ ATTITUDINE” più fluidi, immediati, interconnessi ai nostri cinque sensi, e al potere della spontaneità a quello fantasioso e creativo che ognuno possiede per ripercorrere ciò che in passato era stato sabotato, proseguendo nel presente verso la propria auto realizzazione verso le proprie assolute prospettive.
giorgio burdi
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LA FINESTRA SUL MARE
LA FINESTRA SUL MARE
Quando non hai bisogno di nessuno stai bene con tutti.
Etimologicamente “Nessuno” dal latino “ne ipse unus”… cioè: “neppure uno”.
Il “non aver bisogno di nessuno” è una vera strategia per poter aver qualcuno e innanzitutto avere se accanto.
Cosa vogliamo intendere con questo ? La persona capace, è quella in grado di saper rinunciare agli altri, non per sport di isolamento, ma per la capacità di rendersi autonoma, anche al solo scopo di poter realizzare relazioni stabili.
La stabilità si prepara “in casa propria” , ovvero dentro di se, per non fomentare e reiterare, nell’arco della vita, terremoti relazionali.
Non si tratta affatto di una tecnica per poter realizzare rapporti significativi, o per incastrarsi nel proprio individualismo, ma della necessità di realizzare un vero e proprio cambiamento di atteggiamento, orientato verso di se, sulla centralità della propria esistenza, aspirando alla propria auto realizzazione.
Le persone non auto realizzate, orientano il proprio equilibrio verso chi può sostenere le proprie cause, decentrando il baricentro della propria esistenza verso altri perimetri, così edificando i pilastri in terreni altrui, verso la propria destabilizzazione.
Quando il prossimo detiene il merito di farci acquisire il senso di noi, l’investimento diviene esattamente pari a zero o nullo e decaduto.
Andiamo sempre in perdita, sulla base auto svalutativa di noi stessi, quando non ci sentiamo meritevoli e depositari delle potenzialità che la vita ci ha donato, ma percepiamo gli altri, i depositari, i fortunati di tali risorse.
Ci auto sabotiamo, mettendo un silenziatore alla nostra anima, rinunciamo a noi stessi, appoggiandoci sui meriti e sulle risorse altrui.
Non aver bisogno di nessuno, significa, aver bisogno di se, poter contare su se stessi, sulla propria stima e fiducia. Gli altri, sono la loro strada e percorrono comunque e sempre le proprie formazioni, seguendo parallelamente le quali, ci sentiamo prima o poi inadeguati, inefficaci.
La nostra strada, è la strada adeguata, è resilienza, ma potremmo non incontrarla mai senza una lettura attenta dei nostri talenti e delle nostre naturali attitudini. Chi si accontenta, non gode, ma si annoia, si deprime e si ammala.
Non aver bisogno di nessuno, non significa solo fare il lavoro giusto, sulla base delle proprie attitudini, ma fare un lavoro dentro di se, per illuminarci su come siamo fatti e funzioniamo.
Il non aver bisogno di nessuno, per stare bene con gli altri, è alle antipodi delle diverse forme di dipendenza e si realizza solo con l’auto realizzazione.
La mancata auto realizzazione è al vertice delle frustrazioni e delle nevrosi personali, e se pensiamo al rapporto nell’ ambito delle alle relazioni, un nevrotico, più un altro nevrotico, non fanno somma zero, ma fanno un nevrotico al quadrato.
Nella relazione più profonda, entrambi non hanno bisogno più di nessuno, perché essendo uno, secondo l’etimologia, sono esattamente nessuno, come perfetta fusione di intenti, perché sono stati entrambi rinunciatari della propria realizzazione fondata sugli altri.
L’ auto realizzazione è alla base della propria serenità e della ansimata felicità.
giorgio burdi
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TERAPIA DI GRUPPO : Lettera alla Squadra: I soldati del conflitto
TERAPIA DI GRUPPO
Lettera alla squadra
I soldati del cambiamento
Hai desiderato ed imparato a guardare in faccia i tuoi problemi, che per vivere inizialmente è necessario accettare ed adattarsi, che il perfezionismo è una nevrosi senza uscita e se divieni più malleabile ne sei fuori. Hai imparato che per migliorare devi entrare ed andare fino in fondo al tunnel se vuoi accendere la luce, bisogna essere squadra per vedere diverse prospettive di uscita, non guardare solo dagli occhi tuoi.
E se ti impongono, ti cambiano le abitudini, mantieni duro, e pur di vivere, trovi sempre una nuova strada. Ne è fuori, chi non si arrende, chi combatte per il suo tempo e i suoi spazi, prende in mano la sua vita e non molla p mai.
Se la guerra che stiamo combattendo fosse armata; se ci avessero chiamato al fronte, in trincea, schierati contro un esercito nemico per difendere confini e valori, figli e spose, madri e idee, avremmo perso. Sicuramente. Ma non solo noi, anche gli avversari.
Saremmo stati entrambi immobili, fermi, disorientati da una serie continua di segnali di resa e ordini d’avanzata. Non ci avremmo, alla fine, capito niente. Tutti. Proprio come sta succedendo oggi, sul fronte delle nostre case, sommersi da mille versioni, analisi, commenti e soluzioni per una crisi mondiale, senza precedenti e che va rivelando, oltre la tragicità dei numeri, un’umanità da ricostruire.
Una ricostruzione che hai imparato a conoscere. scegliendo il percorso d’analisi e che, settimana dopo settimana, ti porta a ricostruire le tue certezze, la tua abilità, la tua stabilità, il tuo essere profondo.
Per quanto singolare e grave, la pandemia che ci circonda sconta la contraddizione del nostro tempo: il diritto di parola concesso a legioni di imbecilli, per dirla con Eco.
All’ ansia per la salute, propria e dei propri cari, si aggiunge l’ansia di questo navigare a vista, senza orizzonti e approdi.
Ma tu che fai analisi, conosci l’ansia, più di chiunque altro e la vivi, tu che la sai risolvere e la combatti, ci dialoghi continuamente: quando il capoufficio non ti paga, quando il tuo amore non ti ascolta, quando il passato torna a farti visita, quando non ti senti come il resto del mondo, quando ti escludi da una seconda occasione. La conosci perché hai accettato di sederti in un gruppo e vuotare il sacco della memoria. La vivi, ogni volta che il fallimento ti prostra con la faccia a terra e non ti fa respirare.
Il mondo ha riscoperto il sentimento della paura, dell’angoscia, sotterrato chissà dove dagli impegni, da un movimento ossessivo e continuo. È successo soprattutto per una contingenza: le necessarie restrizioni dei governi ci hanno messo faccia a faccia con noi stessi, con i nostri beni di prima necessità, con tutto il campionario degli istinti, pronto ad esplodere.
Ed anche il silenzio della notte appare più pesante, perché nasconde un presagio fastidioso, un timore a cui non si sa dare una sagoma.
Come i tuoi fantasmi che ora chiami per nome, avendo faticato mesi interi per farteli amici. Presentandoli, in modo precisissimo ai tuoi compagni di seduta, perché tramite il rispecchiamento, ti aiutassero a guardarli in faccia per andare avanti, aldilà.
E ora? Che si fa? Che fine hai fatto? Nell’ “ora più buia” conviene davvero mollare la presa, in attesa di tempi migliori ? Te, Il gruppo, la squadra, ha lavorato nelle notti più oscure di ognuno, e adesso non si può fare lo stesso ? Perché ci hai mollati nella notte, pensiamo ancora di essere una squadra, ti abbiamo dato venti mani, Tu adesso dove sei ?
A gennaio, quando eravamo ancora lontani osservatori della strana influenza cinese, è uscito un film, che ha riscosso grande successo e ha fatto incetta di premi. Il titolo è “1917 di Sam Mendes”. Parla di due giovani caporali che devono attraversare l’ostile territorio nemico, per consegnare un messaggio a un battaglione di 1600 uomini.
Così facendo, impedirebbero a quei soldati, di cadere in una trappola mortale ordita dai tedeschi.
La scelta cade su di loro perché, nonostante la feroce crudeltà della guerra e l’apatica stanchezza che regna tra i commilitoni (la guerra dura già da tre anni e non si capisce ancora come finirà), hanno saputo conservare un rapporto d’amicizia, uniti, schietti e sinceri, non sempre idilliaci, ma comunque onesti e leali.
Aldilà della trama, della sua evoluzione e conclusione, c’è un altro messaggio che circola e che arriva dritto al cuore, lo veicola un altro dei protagonisti del lungometraggio, il Colonnello Mackenzie: “La speranza è una cosa pericolosa!”. Ci fa solo attendere passivamente. L’Unità invece crea la certezza di farcela, ma tutti insieme, da un rispecchiamento ad un altro, si esce vittoriosi. Non lo abbiamo apprezzato tantissime volte ?
E la storia dei due soldati è quella di un’amicizia che riesce a trasformare la speranza, in azione, la toglie dal mondo fatato della retorica bellica (uno dei due vende una medaglia d’onore per una bottiglia di buon vino) e la trasforma in potenza in mezzo alle bombe e ai cadaveri abbandonati dei campi di battaglia.
È questa speranza – azione, intrisa di sangue, evitamenti e derisioni a salvare 1600 uomini e ad aprire la strada verso la vittoria finale.
Oggi, il nostro momento storico, per quanto indecifrabile e difficile ha bisogno di questa unità di speranza azione per risollevarsi. Finiranno gli inni nazionali, i flashmob sui balconi e non sapremo ancora se andrà tutto bene o meno, senza rispecchiamenti, partecipazione ed unità.
Ai due, sul varco delle linee nemiche, viene data una pistola lanciarazzi. Se non vogliono proseguire nella loro missione devono lanciare un razzo verso il loro accampamento, così saranno salvati; se decidono di continuare, devono lasciare l’arma a terra, perché gli altri, seguendoli, capiscano che non si sono arresi.
Tu, continua ad avanzare, lascia l’arma a terra. L’analisi a qualsiasi condizione, a qualsiasi modo è un passo costante verso la propria liberazione, maggiormente adesso.
Gli eventi del mondo o li eviti o li guardi in faccia. Non ricordi? L’hai ripetuto a mente, un sacco di volte, in ogni singola seduta: adesso sono qui, non posso arrendermi !
Con tutti i mezzi possibili, per me, per te, per tutti, sarebbe meglio non disgregarsi, restare insieme: i tuoi Amici partigiani sono sul fronte.
luca & giorgio
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LA VITA PERFETTA : La perfezione è partire dalle cose “sbagliate”
LA VITA PERFETTA
La perfezione è poter partire dalle cose “sbagliate” . Una grazia imperfetta o un perenne conflitto?
Alla base delle nevrosi e al vertice di certi malesseri c’è la prospettiva della perfezione. Miriamo in una certa direzione e la vita quotidiana ci presenta tutt’ altra. Ci impegnano a non sbagliare e ci ritroviamo punto e a capo.
La responsabilità è soltanto nostra, ma ci accettiamo per quello che siamo, o siamo accaniti in un processo autodistruttivo ? Se spesso sbagliamo, non sarà infondo che siamo umani e cerchiamo esattamente ciò che poi definiremmo “errore” ?
Nell’ errore c’è una prospettiva di cambiamento, paradossalmente lo cerchiamo, ma per cambiare. Perché allora lottarci contro ? Non è un invito a sbagliare, ma quando lo reiteriamo, vogliamo solo cambiare, esclusivamente cambiare.
La vita ci offre continuamente delle prove e, alcune meraviglie imperfette, che accettiamo come balsamo per quelle prove, attraverso le stesse meraviglie, imperfette, veniamo riportati alla grazia di noi stessi, ma la sua imperfezione ci rende vulnerabili.
Rischiamo di rimanere eternamente in conflitto, crogiolati dalle nostre nevrosi. Allora, sarebbe più giusto accettare uno stato di grazia imperfetto o una vita perfetta tardiva a venire ? Punti di vista significativi per fare della propria vita, una vita di dolori, o una vita più leggera, più serena, di grazia, di meraviglie, ma imperfetta.
Ci meritiamo il meglio dalla vita, indubbiamente, ma il meglio è sempre opera di edificazioni faticate e tortuose. La vittoria di un secondo è frutto di fatiche e sconfitte di anni. Ma la vita di grazia imperfetta non sarebbe ugualmente tortuosa ? Sicuramente, ma molto meno di una perenne nevrosi senza alcuna grazia.
Allora, non sarà che le meraviglie e le grazie imperfette, intrise anche esse di imperfezioni ed errori, possano essere il tramite balsamico, che noi scegliamo, come rampicata verso la perfezione ?
La perfezione può essere possibile ed esistere, accettando di essere sbagliati, come rampicata attraverso le meraviglie imperfette.
È indispensabile accettare l’ imperfezione e il delirio di questo periodo per Impegnarsi nel recuperare, senza accettazione ci sarebbe il vero delirio e la psicosi sociale.
giorgio burdi
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SANO EGOISMO PER GUARIRE
Sano Egoismo per agire i propri sogni
Ognuno di noi ha la sua età anagrafica, ma in realtà, la mente di ogni singolo individuo porta retaggi anchissimi. Ritengo personalmente, che nella maggior parte dei casi, questi retaggi siano molto pericolosi e nocivi, gli vengono insegnati sin da piccolo dai suoi genitori.
Crescendo l’ uomo, identificato come singolo individuo, viene stigmatizzato, plasmato, come un modellabile alle taglie conformate dei modelli confezionati, allentandolo dal suo vero Ego.
Accartocciata sui modelli, ma ribelle sotto, come da foto, nel suo istinto di vita. Le confezioni ci allontanano dal nostro autentico Se, la nostra parte più vera, più viva. Senza il nostro Se, senza i veri piaceri primordiali, l’ essere umano, è destinato alla completa estinzione mentale, condannato a modelli giurassici.
Trasformati in macchine, agiamo, senza piacere, automi, automatici, ieri come oggi, oggi come domani, domani come ieri, senza quell’ istinto di vita che la natura ci ha donato, ma programmati dalla macchina, ma perché il mondo attraverso i suoi meccanismi, ci induce a credere che sia quella la vera vita da pecora ?
Seguiamo la mandria, le strade già persorse, mettere i piedi dove troviamo già altre orme, ci lascia credere che quella sia la via giusta, la via della felicità, il nostro destino, ma sono solo strada già percorse. La realtà è che entriamo dentro delle gabbie mentali.
Molto presto queste gabbie si tramutano in sintomi psicosomatici, il corpo entra in sofferenza, perché bussa prepotentemente alla mente per dire, non è giusto ciò che mi fai, non mi stai vivendo, non vivi te, il tuo Ego-ismo ( io esisto ) la vita, che tu lo voglia o meno, è a colori, non monocromatica o in bianco e nero.
L’amore e il rispetto di se, insegna il rispetto e la cura per gli altri, perché, la cura che parte da se, accoglie gli altri solo quando si sta bene.
Il più grande complimento che possano farci è sentirci dire: “ sei diventato un egoista ” , ovvero un non conformato, non riusciamo più a confezionarti, non entri più nel pacco, o sul comodino, esci fuori dagli schemi, no ti capiamo più, sei fuori dai canoni o dal comune, ma di che taglia sei e chi ti credi di essere?
Ecco questa è la fase che fa la differenza, fase in cui sei una persona, sei una risorsa, quella risorsa che gli altri riconoscerebbero, quando da solo avrai la voglia e la forza di vederla e il coraggio di tirarla fuori.
Romina
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