
Il Diritto al Cazzeggio
Il diritto al cazzeggio
Sono sul divano con una tazza di tè ormai tiepida tra le mani e seguo un piccione che litiga con il vento sul cornicione di fronte. Non sto facendo niente. Vergognati. Bastano tre minuti e, come allo start, scatta la sirena: rispondi a quel messaggio, sistema la scrivania, portati avanti con il lavoro, perché domani ne avrai il doppio. Nella stanza non c’è nessuno. Quella voce è nella mia testa, ha la fretta di chi aspettava da me una pagella e la severità di chi segnava in rosso i miei errori, però parla con la mia bocca. È il Numero Due di guardia, e i suoi mandati non danno mai scampo, non timbrano mai l’uscita. Mi alzo di scatto, in colpa, senza aver capito di cosa avessi bisogno. Mi rimprovera con il dito puntato: «Stai cazzeggiando!». Ma vaffanculo, il tuo dito è un pungolo fastidioso! Dove devi andare? Vuoi fermarti?
Una giornata senza cazzeggio non ha motivo di iniziare, non può incominciare, perché ogni movimento parte da un fermo. Il velocista si accuccia sui blocchi, il saltatore piega le ginocchia prima dello stacco, il tuffatore si raccoglie sul trampolino, l’automobile non cambia marcia se non premi la frizione e stacchi per un istante il motore dalle ruote. Io invece pretendo di essere già in corsa ed efficiente al primo squillo della sveglia. Entro negli impegni prima di essermi raggiunto, rispondo, firmo, telefono, rimando, risolvo, sorrido a un cliente che mi irrita, ingoio un panino in piedi, e a sera scopro che il corpo ha eseguito un programma a cui non ho partecipato. So elencare cosa ho sbrigato. Non so dire chi c’era mentre lo facevo.
Il cazzeggio è la frizione dell’anima. Una poltrona occupata senza scopo, il caffè bevuto guardando il marciapiede, la passeggiata che non porta da nessuna parte, le ombre che scivolano sul muro, una conversazione improbabile inventata sotto la doccia, la scena buffa di martedì rigirata nella mente finché mi scappa da ridere da solo, le mattonelle numerate una a una, la pancia grattata sul balcone, il gatto del vicino seguito con lo sguardo come fosse un film. In quelle pause si posa la polvere di ieri e affiora ciò che avevo scavalcato: una preoccupazione, un’irritazione ingoiata in riunione, la nostalgia di un amico, un dolore alla spalla che reclamava ascolto, la voglia di uscire che non trovava spazio. Lì distinguo ciò che mi aspetta da ciò che mi attira. Il Numero Due mi porge l’agenda con i doveri, il Numero Uno mi porge i desideri. Il giorno trova un orientamento e dopo si riempie.

Chiamo tutto questo cazzeggio, non meditazione, non pratica, non crescita personale, non benessere in pillole. La parola è sporca apposta. Non promette tecniche né risultati, mi autorizza ad annoiarmi, a oziare, a inseguire un pensiero che muta forma. Appena l’ozio diventa un esercizio con l’obiettivo di partorire idee migliori, il Numero Due se l’è ripreso: controllerebbe la quiete come controlla le scadenze e si incazzerebbe davanti a un pomeriggio sterile. Rivendico il diritto di perderlo, quel pomeriggio, e di non combinare un accidente. Di abbandonare una fantasia, un libro o un film a metà, di non capire una battuta o un’emozione nel momento in cui compare, di sbagliare strada di proposito, di restare qualche minuto senza domande da farmi e innanzitutto senza risposte. Il tempo è mio anche quando devo spiegarlo a qualcuno o non so renderne conto a nessuno.
Ma chi l’ha detto che la parte più importante di me sia quella produttiva? L’ha detto il copione, quando ancora non ero in grado di discuterlo. La parte più importante è l’improduttività: l’errore e il fallimento, nel caos, preparano il terreno. Ho imparato da piccolo che la carezza arrivava dopo il compito finito, l’applauso dopo il bel voto, la fiducia dopo il risultato, il permesso di giocare dopo la camera in ordine. L’applauso, al contrario, deve arrivare per tutte quelle volte che friggo sulla sedia. Una carezza vale se arriva durante la fatica. Così mi riconosco in ciò che concludo solo se tratto come eccellenza anche il difetto di fabbrica: l’esitazione, l’incoerenza, la lentezza, la domenica noiosa senza un episodio da raccontare. E l’essenziale è che continuo a esistere anche a mani vuote, prima o poi il sole splende di nuovo: sento, ricordo, immagino, vivo. Se mi considero prezioso unicamente quando rendo e produco, mi voglio bene a cottimo. Divento una partita Iva, l’azienda di me stesso, non una persona.
Il contadino lo sa da secoli: tiene un campo a maggese per una stagione intera e quella terra, che sembra sprecata, si sta rifacendo. Un pescatore rispetta il fermo biologico e poi ricala le reti per prendere il meglio. Dietro molte cose che riesco a portare fuori di me c’è una lunga inattività di questo tipo. Io ho fatto della mia inefficienza la mia efficienza. Ho passato mesi a riempire tabelle per decidere se lasciare il posto e l’intuizione mi è arrivata al mercato, tastando i pomodori. Più mettevo in fila argomenti, più ogni ipotesi scoloriva; quando ho smesso di spremere, ho visto quale opzione mi spaventava e perché continuavo a scartarla. Quei calcoli contavano, ma da sole non bastavano. Serve tutto ciò che ha l’aria di fiato perso.
Allora ecco il cazzeggio. Anche un’iniziativa concreta ha questo sottosuolo. Chiede impegno, continuità, sforzo ripetuto, conflitti, tentazione di cestinarla, scontri con i limiti della realtà, ma prima ancora esige di sapere da che spinta prende vita. Ogni progetto nasce dal nulla. Posso dedicare anni a un’impresa costruita con cura e scoprire di aver servito un mandato che non era il mio. Paradossalmente può avere successo un percorso su cui mi percepisco via via più assente e non assillato. Il cazzeggio spezza la trance e mi fa annusare se quel cammino ha ancora il mio odore. A volte torno al mio cantiere del vuoto, più convinto dopo essermene allontanato. A volte capisco che devo cambiare rotta. Tutte le posizioni, mollare, fermarsi e riprendere, sono necessarie per produrre qualcosa di utile, e alla base della produttività c’è il cazzeggio.
La noia mi fa paura perché non offre appigli. Senza le faccende che di solito mi distraggono, viene a galla ciò che nelle ore piene tengo in disparte. La noia è irta di rituali e il suo inizio è la fase più scomoda: la mano cerca il cellulare, apro il frigorifero anche se non ho appetito, farei qualsiasi cosa pur di non stare lì immobile e seduto. Se non cedo, a volte si ripresenta una frase che un collega mi ha rivolto al mattino: lì per lì ho sorriso, e adesso mi accorgo che mi aveva ferito. Altre volte riscopro il piacere di fare una cosa soltanto perché mi va, senza dovermi dimostrare bravo.

La noia è la sala d’attesa del Numero Uno. Anche il gioco ha questa funzione, e nessun calendario lo prevede. Da adulto mi è ancora concesso fantasticare su cose che non realizzerò: arredare una casa in cui non abiterò, organizzare a occhi aperti un viaggio che non farò, provare la replica che non ho avuto il coraggio di dare a chi mi comanda. Nessuna di queste invenzioni mi vincola. Ma qualcuna insiste e mi rivela un interesse o una mancanza; da lì può germogliare una microazione, un gesto piccolo e reale. Fino a quando è un sogno, quell’idea è al riparo dai timori e dal buon senso, che la boccerebbero subito.
Esiste una stanchezza che si cura dormendo e un’altra che si cura con un po’ di pace. Individuo la seconda quando perfino il riposo si trasforma in un obbligo: la palestra con il cronometro, la vacanza organizzata al quarto d’ora, il romanzo chiuso a tappe forzate per sfoggiarlo a cena, la serie divorata in una notte come un turno di straordinario. Allora smetto di pianificare pure la sosta. Mi godo il caldo, fisso una nuvola, tendo l’orecchio ai rumori del palazzo, e le forze ricompaiono da sole. Per una volta, il silenzio va bene così.
Non attendo più il via libera. Spengo lo schermo, mi siedo storto, perdo un’ora senza giustificarla con nessuno. Il Numero Due protesterà, lo fa sempre, però non mi ha reso più felice. Fermati, gioca, cazzeggia: me lo ripeto fino a crederci. Se non mi regalo una tregua non riparto: corro via, verso una meta scelta da altri. E un mondo che ha dimenticato come si cazzeggia sforna moltissimo e non sa più per chi.
giorgio burdi
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