
La Sostanza Affettiva
- “La sostanza affettiva”
è un libro orientato a curare la dipendenza affettiva, partendo dalle sue radici e dagli abbandoni. È un libro per chi soffre nei rapporti, per chi si sente sempre troppo esposto al dolore affettivo o troppo poco amato, per chi vuole capire da dove viene il proprio dolore e trasformarlo in una nuova forma di presenza.
La dipendenza affettiva non è solo un amore che fa soffrire, ma una struttura interna che ritorna a cercare nell’altro ciò che un tempo è mancato: presenza, conferma, centralità, continuità, diritto di esistere senza elemosinare sguardi. È da qui che il partner diventa troppo, il silenzio pesa troppo, la distanza si fa minaccia, il controllo sembra lucidità, il possesso si traveste da passione e la gelosia diventa una febbre che consuma. In questo libro l’autore entra nel cuore di questo dramma con uno stile diretto, vivo, clinico e profondamente umano, partendo dalla esperienza diretta in studio.
Mostra come nascono gli attaccamenti che imprigionano, come agiscono gli abbandoni, l’anaffettività, l’ambivalenza, il bisogno di essere scelti a ogni costo, il distacco da sé, il ruolo del corpo che parla con i sintomi, delle passioni, del talento e dell’amore di sé, fino ad arrivare a una domanda decisiva: come si passa dalla dipendenza al legame. Queste pagine non offrono formule facili né consolazioni romantiche. Offrono qualcosa di più raro: una strada concreta per riconoscere il meccanismo, interrompere il vecchio copione, ricostruire il proprio centro e rendere finalmente pensabile un amore più libero, più vero, più degno. Non per sopravvivere all’amore, ma per smettere di usarlo come prigione e tornare a viverlo come incontro.
Il libro si sviluppa come un percorso preciso. Parte dai fondamenti del legame e dell’attaccamento, chiarendo la differenza tra innamoramento, amore e struttura relazionale, e mostra come la neurobiologia del legame e della dipendenza affettiva costruisca nel corpo e nella mente un bisogno che non è solo emotivo ma anche fisiologico. Da qui entra nelle cause, dove prendono forma la relazione parentale, la coodipendenza, l’assenza, gli abbandoni e i vuoti di presenza, fino a mostrare come possesso, controllo, gelosia, incoerenza affettiva e bisogno proiettato trasformino il rapporto in una scena ripetuta, non in un incontro reale.
La terza parte segna il passaggio decisivo. Il lavoro si sposta sul soggetto: riconoscere la dipendenza, liberarsene, scollare il Numero Uno, costruire amore di sé, dare direzione attraverso l’autorealizzazione e le passioni, usare strumenti concreti come la Lettera Analitica e la Lettera Terapia, entrare in analisi quando necessario, fino a sviluppare autonomia e rendere possibile il passaggio dalla dipendenza al legame. Il libro include tre test finali di auto-osservazione, pensati come strumenti pratici per riconoscere i propri meccanismi e prevenire la loro ripetizione.
“La sostanza affettiva” non è una lettura teorica, nasce esattamente come si aiuta in studio. È un lavoro. Accompagna chi resta dove si consuma, chi torna sempre nello stesso punto, chi si umilia pur di non perdere il legame. Ma è anche uno strumento per chi cerca una comprensione clinica rigorosa della dipendenza affettiva.
La libertà affettiva non nasce quando trovi qualcuno che non ti ferisce. Nasce quando smetti di consegnare all’altro il compito di darti un senso e dirti chi sei.

Darmi Valore
DARMI VALORE
A volte mi capita di non credere a qualcuno quando mi dice che sono stata brava, che sia sul posto di lavoro, all’università, o da parte dei miei amici o familiari. Mi sembra come se volessero semplicemente essere gentili con me, come se fosse un obbligo e quindi una bugia.
Mi sono spesso chiesta se questa sensazione fosse solo mia, ma ho scoperto, durante una seduta di gruppo con il dottor Burdi, che molte persone sperimentano la stessa sensazione.
A volte sembra così difficile prendersi i meriti, perché non ci sentiamo mai abbastanza. Come se, per meritare una lode, bisognasse essere assolutamente perfetti, rendendo quindi il riconoscimento un risultato irraggiungibile.
Ma perché ci sentiamo così? Perché ognuno di noi tende a riconoscere solo il valore che si attribuisce e quindi se noi stessi non ci stimiamo, come possiamo credere all’elogio di qualcun altro?
Spesso, questo comportamento, è la conseguenza di una vita passata a cercare di dimostrare qualcosa alle persone a noi vicine, che però spesso non ci hanno visti o riconosciuti. Se veniamo convinti sin da piccoli di non meritarci premi o complimenti, finiremo per crescere con l’idea di non essere degni di riconoscimento.
A volte anche un semplice “non sei capace”, pronunciato da una figura di riferimento, può riecheggiare per anni nella nostra mente. Una volta adulti, si finisce così per interiorizzare l’idea di valere poco e di meritare poco.
È importante prendere consapevolezza di questi modelli ed è il primo passo per superarli. Dobbiamo ricordarci ogni giorno delle nostre vittorie e delle battaglie affrontate, guardare le nostre cicatrici e ricordarci di quanto siamo forti. Tutti noi abbiamo un valore inestimabile, dobbiamo solo imparare a riconoscerlo.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

L’ Attesa
L’ATTESA
Viviamo spesso il tempo come una risorsa economica che deve produrre, servire, rendere. Quando ci capita di essere costretti ad aspettare, che sia in una sala d’attesa, nel traffico o tra un impegno e l’altro, la sensazione è quella di stare buttando via qualcosa di redditizio.
Così, quando siamo costretti ad attendere, la prima sensazione è quella di stare perdendo qualcosa. Eppure, se ci pensiamo, quel tempo che giudichiamo perso potrebbe essere l’unico che davvero ci appartiene.
Nel libro La malattia del tempo, il dottor Burdi parla di un tempo diverso, un tempo che non coincide con l’utile ma con l’intimo.
Lo definisce “un varco di passaggio per riflettere”, uno spazio che non produce, ma permette di incontrare se stessi. Quando non stiamo svolgendo un’attività precisa, quando non stiamo producendo o rispondendo ad una richiesta, sentiamo da un lato la voce che ci ricorda che dovremmo fare di più, dall’altro una voce più profonda che ci chiede di fermarci, di riposare. L’attesa diventa così non solo il tempo che passa, ma conflitto tra il dovere e il bisogno.
Nel testo, il dottor Burdi parla del “sentirsi osservati” come metafora del sentirsi sempre in dovere. È come se ci fosse uno sguardo interno che giudica ogni pausa, ogni momento non produttivo.
Restare in attesa significa allora sottrarsi, anche solo per un attimo, a quell’obbligo costante di dimostrare qualcosa. Dovremmo iniziare a vivere l’attesa non come una perdita di tempo, ma appunto come un tempo diverso. Un tempo in cui ci riappropriamo del diritto di non fare niente.
Forse il disagio che proviamo nasce dall’idea che il nostro valore coincida con ciò che facciamo. Se non stiamo facendo nulla, allora stiamo fallendo. Eppure l’attesa ci insegna che non tutto deve servire e accettarla significa ammettere di non avere controllo su tutto, significa imparare ad accettare l’incertezza.
E forse non è il tempo a mancarci davvero, ma la capacità di abitarlo senza sentirci in difetto.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

La Carezza
Il potere di una carezza
Durante la mia esperienza di tirocinio dal dottor Burdi, mi è capitato spesso di ascoltare racconti di una specifica dinamica genitore-figlio a me molto familiare. Genitori che sono sicuri di esprimere al meglio il loro amore verso i figli, sostenendo di non far mancare loro mai nulla: un piatto caldo, vestiti puliti, un tetto sopra la testa e piaceri vari. Ma a volte si dimenticano di uno dei bisogni fondamentali, ovvero il contatto fisico.
Una semplice carezza, un abbraccio, un bacio hanno un potere enorme e sono fondamentali per costruire un legame forte e duraturo con i propri figli, per insegnare loro una maniera sana di amare e renderli più sicuri di loro stessi.
Per dare le prove di questo concetto, il dottor Burdi cita spesso nelle sue sedute di gruppo un esperimento degli anni ’50 condotto da Harry Harlow. Questo psicologo studiò il comportamento dei cuccioli di scimmia separati dalla madre subito dopo la nascita e notò qualcosa di significativo. Crescendo in isolamento, questi piccoli diventavano ansiosi, solitari e incapaci di relazionarsi con i loro simili.
Da questa osservazione nacque un esperimento. Harlow inserì nelle gabbie con i cuccioli due madri surrogate: una di fil di ferro, dotata di biberon, e una di pezza, morbida al tatto ma priva di cibo. Molti si aspetterebbero che i cuccioli andassero dal fantoccio con il cibo. Invece si aggrappavano alla madre di pezza, avvicinandosi a quella di ferro solo per mangiare, per poi tornare subito al calore della stoffa. Il messaggio era chiaro: cibo e cure non bastano a costruire un legame e a crescere degli individui forti ed indipendenti. L’affetto è un bisogno primario.
Io, non essendo genitore, non posso sapere cosa significhi non riuscire ad abbracciare il proprio figlio. Ma sono figlia, e durante l’infanzia quella carezza mi è mancata. È un gesto così semplice, eppure per molti diventa complesso, quasi ridicolo. E non averlo ricevuto mi ha costretta a imparare da sola cosa sia l’amore e come dimostrarlo, spesso sbagliando. Effettivamente in quelle scimmiette un po’ mi ci rivedo, riconosco di essere molto ansiosa, poco sicura di me e spesso metto in dubbio l’affetto delle persone che mi circondano. Adesso, a mia volta, fare una carezza mi costa tantissimo, e riceverne mi mette in imbarazzo, ma sto imparando a rompere questo schema, che probabilmente va avanti da generazioni.
Sicuramente anche i miei genitori hanno subito lo stesso trattamento e hanno assimilato questa forma d’amore come l’unica possibile. Sta a me, adesso, interrompere questo processo e imparare ad amare a pieno, senza la paura di una semplice carezza.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

L’ albero delle Ciliege
L’albero delle ciliegie
Da piccoli ci hanno insegnato l’educazione: regole implicite, silenziosamente condivise, tacitamente accettate. Ringraziare sempre. Sorridere. Aiutare. Essere presenti. Non arrabbiarsi, non disturbare, non occupare troppo spazio. Rimpicciolirsi, pur di entrare nell’altro senza essere ingombranti.
Per gran parte della vita seguiamo questi schemi, convinti che essere buoni significhi comportarsi così. Perché “così si fa”, perché “è giusto così”.
E intanto viviamo giornate in cui ci adattiamo, ci modelliamo, incanalando la frustrazione dentro di noi.
Non pensiamo per noi stessi, non ci ascoltiamo davvero: giochiamo con le regole dell’Altro.
Noi e l’altro diventiamo così intrecciati che, a un certo punto, non sappiamo più dove finiamo noi e dove comincia lui. E ci smarriamo.
Allora arriva la frustrazione.
Ci sentiamo trascinati dalle situazioni invece di viverle, incapaci di assaporarle, spettatori stanchi della nostra stessa vita. Scarichi, spenti, mossi da fili invisibili, marionette di un ventriloquo silenzioso.
Tutto perde sapore, ogni esperienza sembra identica alla precedente, ripetitiva, stantia.
Perfino la luce diventa monotona, il gusto della vita sfuma. Se un bambino viene costretto a mangiare una ciliegia, anche la più dolce, quella stessa ciliegia finirà per sembrargli insipida.
Così diventano le nostre esperienze, le nostre amicizie, le nostre relazioni: frutti imposti, privi di autenticità.
L’alienazione dell’unicità.
E a un certo punto, tutti i frutti che vediamo ci sembrano marci. Questo accade perché non riusciamo ancora a vedere la luce dentro di noi. Non riconosciamo la bellezza della nostra unicità, la meraviglia semplice dell’essere ciò che siamo davvero.

Finché non iniziamo a chiederci:
“Cosa voglio davvero?”
“Come vivo le situazioni che incontro?”
“Cosa non mi piace di ciò che continuo ad accettare?”
Solo allora, lentamente, iniziamo a sollevare i veli, a spogliarci delle sovrastrutture che ci hanno accompagnato per anni. Iniziamo a sentire, a scegliere, a dire di no. E, passo dopo passo, torniamo all’albero.
Lì, finalmente, possiamo assaporare quelle stesse ciliegie che prima ci avevano solo nauseato e scoprire che, quando siamo liberi, tornano ad essere dolci.
-Da il numero uno e il numero due dello psicoterapeuta Giorgio Burdi-.
Quanto è bello scegliere.
Anche se all’inizio fa paura, anche se porta con sé rotture e distacchi. Perché scegliere significa imparare a dire no, a esistere davvero, non solo a coesistere.
Significa tornare a essere Tu, pienamente, senza più nascondersi.
Scegliere è risplendere.
Ma per risplendere bisogna prima togliere gli ostacoli, le maschere, i rami secchi che oscurano la luce.
Fa male, sì. Perché ogni cosa che cade lascia un vuoto.
Ma subito dopo, da quel vuoto, arriva l’aria, arriva la luce. E arriva il sole.
Solo allora la vita torna a respirare dentro di noi, e l’albero, quello delle ciliegie, ricomincia a fiorire.
benedetta racanelli
psicologa magistrale
Bibliografia dello Studio
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DISCONESSI
DISCONNESSI
il libro
Come lo smartphone ci sta rubando la vita (e come riprendersela)
Ti senti più ansioso, distratto, stanco senza motivo? Negli ultimi anni hai notato un senso di insoddisfazione continua nel tuo lavoro o nella tua relazione? Hai perso energia, concentrazione e anche desiderio sessuale? Forse il colpevole è molto più vicino di quanto pensi. È nella tua tasca. Lo tocchi, lo guardi, lo controlli oltre cento volte al giorno. E lo chiami “smartphone”.

Ma lo smartphone non è uno strumento neutro. È un prodotto progettato per catturare la tua attenzione, condizionare i tuoi comportamenti, ridisegnare le tue abitudini. E a pagare il prezzo più alto sono i più giovani: negli Stati Uniti, uno studio shock ha evidenziato un’impennata nell’incidenza di depressione e malessere psicologico tra le ragazze adolescenti a partire dall’avvento dei social sugli smartphone. Numeri agghiaccianti, che non possono essere ignorati.
Se pensi di avere ancora il controllo, forse sei già dentro la gabbia. Perché questa non è una semplice dipendenza. È una nuova forma di schiavitù, invisibile ma potente. Ti ruba tempo, attenzione, energia. Ti allontana dagli altri. Ti allontana da te.

Basato su oltre 60 studi scientifici internazionali, questo libro ti mostra con chiarezza ciò che stiamo vivendo: un’alterazione profonda della mente, delle emozioni, del corpo. Un processo subdolo e graduale che ci sta disconnettendo dalla realtà.
Ma una via d’uscita esiste. Non fatta di nostalgie analogiche, ma di consapevolezza. Questo libro ti mostra cosa è successo, come ci siamo finiti dentro e, passo dopo passo, ti guida a riprendere in mano ciò che conta: il tuo tempo, la tua attenzione, la tua vita.
Perché non è troppo tardi. Mai.
marco loprieno

Il Mio Nuovo Nato
Quando un legame affettivo, un ruolo sociale, un progetto identitario o un habitat emotivo si interrompono, ciò che si perde non è soltanto la realtà esterna coinvolta nel vincolo: si perde la configurazione interna che quella realtà rendeva possibile, la versione di sé costruita e sostenuta in quel contesto.
E’ questo un punto di svolta tanto discreto quanto decisivo. Non coincide con l’evento della separazione, né con il suo immediato impatto emotivo. Arriva dopo, quasi in sordina, quando il discorso delle persone cambia direzione. Non parlano più solo di ciò che hanno perduto, ma di una parte di sé che non riescono più a raggiungere. Il lutto, a quel punto, ha cambiato oggetto.
Non è un errore della psiche: è un attimo di transizione impercettibile, eppure è inequivocabile: la lenta, silenziosa demolizione della struttura identitaria che fino a quel momento aveva orientato l’esperienza, definito i confini, stabilito i ritmi e suggerito il senso di appartenenza.
La psiche, sottoposta a questa torsione interna, reagisce con una duplice dinamica: da un lato, attiva un funzionamento quasi automatico, volto alla sopravvivenza psicologica: “Avanza, riorganizzati, stabilisci nuove coordinate.”; dall’altro lato, una seconda istanza resta ancorata alla configurazione precedente. Non per nostalgia ingenua, ma per fedeltà al sé: custodisce la continuità e protegge ciò che conferiva significato, anche quando ormai non è più sostenibile.
Questo scarto tra le due parti, quella che riconosce l’irreversibilità della perdita e quella che non è pronta a sciogliere l’antico legame , è un territorio di soglia, privo di mappe, fisiologico e necessario.
Qui il desiderio assume un ruolo ambiguo. Non richiama veramente il passato in quanto tale; richiama la qualità di sé che il passato rendeva possibile, per recuperare coerenza soggettiva quando la coerenza si è incrinata: un gesto psichico che chiede continuità più che ritorno.
Tuttavia proprio dall’incrinatura ad un certo punto, emerge un movimento nuovo. Non si tratta di una riparazione né di un rimpiazzo: è una ri-organizzazione graduale, che avviene quando le parti interne cessano di essere antagoniste e iniziano a riconoscersi. È da questa integrazione che comincia a delinearsi una nuova percezione di sé: fragile, sì, ma viva; incerta, ma orientata; ancora priva di forma definita, ma già distinta dall’identità precedente.
Questo è l’istante in cui il lutto identitario si trasforma. Non coincide con la rassegnazione, né con l’“accettazione” nel senso comune del termine. Avviene quando la persona può finalmente articolare, anche solo in forma embrionale, un’affermazione semplice e rivoluzionaria: “Posso essere qualcuno anche oltre ciò che ho perduto.”
Dal quel momento, la direzione si sposta. Non si torna indietro. Si comincia a costruire.
Si ricomincia.
valeria Carofiglio
laureata in psicologia
Commento
Quando un legame crolla non se ne va solo una presenza fuori da noi, se ne va la stanza interna che quella presenza teneva in piedi come una trave messa di traverso tra due pareti fragili. È come ritrovarsi dentro una casa dopo un terremoto minuscolo ma preciso, quello che non abbatte i muri ma sposta di un millimetro le fondamenta. Sufficiente a farti capire che il pavimento non è più quello che ricordavi. All’inizio tutti parlano della perdita come se fosse un oggetto smarrito, un pacco dimenticato sul treno, ma poi la voce cambia tono,
perché quello che davvero manca è la versione di sé che abitava quella scena. È come cercare una porta che fino a ieri aprivi ad occhi chiusi e oggi, invece, trovi murata con una perizia fastidiosa, come se qualcuno avesse lavorato tutta la notte pur di complicarti l’esistenza. Questo è il momento sotterraneo in cui il lutto cambia pelle, quando non piangi più l’altro, ma te stesso che non torni più. La psiche, davanti a questa riscrittura non richiesta, si muove come un animale ferito che ha due istinti opposti: una parte prova a correre, si improvvisa architetto, ridisegna mappe, impone nuove regole per sopravvivere; l’altra resta lì, fedele al vecchio sé come un cane davanti alla porta del padrone che non torna. Non è nostalgia, è identità che si aggrappa alla sua ultima impronta. In mezzo a queste due parti c’è un territorio che nessuno vuole attraversare, una specie di terra di mezzo dove non ci sono cartelli né luci, dove cammini come in un magazzino abbandonato e ogni passo risuona troppo forte, come se stessi violando qualcosa di sacro. Qui il desiderio smette di essere un richiamo al passato e diventa una torcia puntata su una zona interna che si è spenta. Non vuole ricostruire la storia, vuole ricostruire il sé che in quella storia respirava. È un gesto psichico che non supplica il ritorno, reclama continuità. Poi accade un fenomeno quasi ridicolo nella sua semplicità: le due parti interne smettono di scalciarsi, si guardano, e in quell’istante nasce qualcosa di nuovo.
È fragile come una statua d’argilla lasciata al sole, è incerta come una mano che cerca un appoggio nel buio, è informe come un volto non ancora scolpito. Ma è viva. E il vivo, anche quando tremola, è più vero di qualsiasi identità già morta ma perfettamente lucidata. La trasformazione arriva quando una persona può dirsi senza crollare che può essere altro rispetto a ciò che ha perduto. È una frase che sembra niente, una di quelle che se la racconti ad alta voce ti senti pure sciocco, ma dentro produce lo stesso effetto di una crepa che finalmente smette di allargarsi. Da quel punto la direzione cambia senza chiederti il permesso. Non si torna indietro, non si recupera la vecchia forma, non si reinstalla il vecchio sé come un backup mal riuscito. Si comincia a creare una forma diversa, una che all’inizio sta in piedi per miracolo, come un mobile montato al contrario, ma piano piano prende corpo. E anche se è lenta, storta, imperfetta, almeno è tua. E da lì, volente o no, si ricomincia. Sempre.
giorgio burdi
Bibliografia dello Studio
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Da un padre diffidente a un partner diffidente
Avere un padre diffidente significa crescere accanto a una figura che non si fida, che mette in dubbio parole, intenzioni e gesti. È un padre che teme di essere ingannato e per questo controlla, interroga, trattiene.
La diffidenza si trasforma in un modo di guardare il mondo e non resta confinata al rapporto con il genitore, ma si espande in molte altre relazioni. Da adulto, senza accorgertene, puoi riprodurre con il partner ciò che hai visto in casa: diffidenza, sorveglianza, paura di abbassare la guardia.
Spesso, in maniera del tutto inconscia, si finisce per scegliere partner che confermino quella diffidenza entrando in relazioni con persone ambigue, non trasparenti…situazioni che rendono “giustificata” la propria sfiducia. La coppia viene avvelenata dal sospetto, dal controllo e si trasforma in un campo di battaglia.
È essenziale riconoscere questo meccanismo in modo tale da comprendere che la diffidenza verso il partner è il riflesso di ciò che si è vissuto con il padre e non necessariamente la realtà del rapporto attuale.
Bisogna allora chiedersi: “voglio continuare ad amare con gli occhi della diffidenza (ereditata) o provare a costruire uno sguardo nuovo capace di fidarsi?”.
Liberarsi dagli schemi radicati non è facile ma è possibile.
Attraverso il lavoro su di sé è possibile imparare a distinguere ciò che appartiene al padre e al passato, da ciò che invece è reale nel partner e nel presente. Questo complesso passaggio apre la possibilità di costruire relazioni meno segnate dalla diffidenza.
serena locorriere
tirocinante di psicologia presso lo studio burdi università statale di foggia
Bibliografia dello Studio
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SE STESSI ATTRAVERSO LO SPECCHIO
SE STESSI ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Quante volte ci siamo fermati davanti ad uno specchio senza davvero incontrare chi siamo? Spesso lo usiamo come specchio pratico: osserviamo i capelli in ordine, il trucco, l’abbigliamento.
Ma lo specchio potrebbe essere anche uno strumento terapeutico, un luogo dove guardarsi con onestà, porsi domande che arrivano dritte al cuore. Guardarsi allo specchio non é né narcisismo né vanità, ma é concedersi un breve spazio per ascoltare le risposte a tutte quelle domande che circolano nella nostra testa e che soffochiamo con fretta e auto-giudizio.
Proviamo a fermarci davanti allo specchio e a porci alcune domande: Ti ami davvero? Sei felice? Credi in te stesso/ ne sei orgogliosa? Il giudizio dei tuoi genitori quanto condiziona il tuo stato d’animo? Cosa genera ansia e quando compare quella sensazione?
Cosa ti provoca rabbia? Queste sono solo alcune delle domande che potremmo porci, a seconda di come ci sentiamo, di cosa viviamo. Non abbiamo fretta, possiamo prenderci tutto il tempo necessario.
A volte la prima risposta è logica; la seconda è quella che, in alcuni casi, forse, avevamo paura a dire ad alta voce. Specchiarsi può far emergere insicurezze, fragilità, cicatrici emotive; affrontiamoli senza condannarle. Non giudicarti, respira, osservati, parlati.
Gaia Mustazza
Tirocinante di Psicologia, Università di Foggia
presso lo Studio Burdi

Spazio insufficiente, archivio pieno
Spazio insufficiente, archivio pieno.
Quando i telefoni iniziano ad avere una memoria insufficiente per l’eccessivo accumulo di dati, spesso superflui, pesanti e duplicati, iniziano a funzionare diversamente. Rallentano la velocità, possono impallarsi, perdono funzioni che si sono sempre utilizzate, come lo scattare foto e trattenere ulteriori ricordi, rendono impossibile l’aggiornamento… diventa necessario quindi fare spazio.
Lo stesso, seppur possa sembrare strano, accade a noi… nei momenti di “archivio pieno” di “spazio insufficiente” ci diventa quasi impossibile funzionare come solitamente accade, entriamo in momenti di saturazione emotiva, di rallentamento, di stanchezza.
Siamo così troppo riempiti di contenuti… da non riuscire ad aggiornarci, non riusciamo a vedere, nemmeno a pensare al futuro, se non in maniera pesante, negativa, ridondante.
Così come per liberare spazio sul telefono abbiamo bisogno di eliminare app non utilizzate, foto e video, chat e file pesanti… abbiamo bisogno di fare spazio nella nostra vita, nella nostra mente.

Viviamo con emozioni ipercontenute, che in assenza di sfogo vengono trattenute, esasperate, reiterante senza un’uscita. Ingoiamo emozioni negative, ancora, ancora e ancora… senza digerirle, che sedimentano lì appesantendoci lo stomaco, la testa, le gambe… portandoci a sviluppare disturbi gastrointestinali, nausea, dolori cronici.
Diventa quindi necessario per la nostra libertà emotiva imparare a vivere le emozioni, lasciarle fluire, dare sfogo alla rabbia, alla tristezza, delusione, ansia permettendoci di viverle senza giudizio, senza sensi di colpa. Perché un’emozione vissuta si trasforma, un’emozione trattenuta resta lì, stagnante, accumula spazio e sovraccarica. Togliendoci l’energia, confondendoci, togliendoci la possibilità di vivere e conoscerci.
Il non detto non fortifica, svuota. Non ti fa vivere.
Quando la memoria è insufficiente bisogna liberare spazio, come nei telefoni, per tornare a vivere, a sentire, a scattare nuove fotografie della nostra vita.
benedetta racanelli
psicologa clinica






