
Col presente curiamo il passato e col passato ci allontaniamo dal presente
Col presente curiamo il passato e col passato ci allontaniamo dal presente
Sono Davide e ho ancora in tasca la chiave di un appartamento che non è più mio. Per quattro anni ci ho vissuto da solo, e ogni sera mettevo due piatti in tavola. Marta aveva una casa sua, dall’altra parte della città, e da me arrivava quando poteva, di solito tardi, quando ormai la minestra era fredda. Certe sere mandava un messaggio: «Faccio tardi». Certe altre niente, e il telefono restava a faccia in su sul piano della cucina, come un ospite che non parla. Tre mesi fa ho deciso di non aspettarla più e di andarmene, perché non volevo più vivere in attesa. L’ultimo giorno, con la valigia già sulla soglia, il petto mi si è stretto e ho pensato: e se restassi ancora un po’? Sulle scale ho deciso di no. In tasca, però, avevo ancora la chiave, e non l’ho consegnata al proprietario. Non la uso, ma la sento contro la coscia a ogni passo, come un sasso tiepido. Sapere di poter rientrare mi fa respirare, anche se non rientrerò.
Quella chiave dice ciò che le ragioni non sanno dire: lasciare fa male, e il dolore arriva tardi, a decisione presa, quando il corpo scopre che cosa significhi il dolore. Durante il trasloco si è lucidi, si compilano elenchi, si etichettano gli scatoloni. I motivi per cui me n’ero andato, l’ultimo giorno, erano gli stessi di una settimana prima. Che cosa era cambiato? La separazione stava accadendo davvero, e il dolore che fino ad allora avevo tenuto a distanza mi è arrivato addosso. Per non sentirlo ho cercato di fermare il cambiamento: tenere la chiave di una casa senza abitarla mi permette di rimandare il distacco. Quando la porta sta per chiudersi, la paura di perdere vale più di tutti i motivi messi in fila.
Dentro una relazione accade lo stesso. Ti allontani e dopo pochi giorni la mancanza diventa il silenzio di una stanza in cui si sente soltanto il frigorifero. Torni. Il sollievo ti sembra una risposta e ti convinci di aver fatto la scelta giusta. Poi ricominciano le contraddizioni e l’attesa. Sei tornato perché credi che l’altro sia cambiato, o perché il ritorno è un analgesico? È una differenza concreta: nel primo caso è accaduto qualcosa tra voi, nel secondo ti sei solo sentito meglio e ciò che ti faceva soffrire è rimasto intatto. Un analgesico non salda l’osso, ti fa dimenticare la frattura per qualche ora. E l’osso, intanto, rimane rotto.
Poi arriva la frase doppia, e forse l’hai ricevuta anche tu. Un mese dopo il trasloco squilla il telefono ed è Marta. La voce è calma, quasi gentile. «Non possiamo stare insieme», dice. Mi siedo per terra, tra gli scatoloni ancora chiusi. Poi aggiunge: «Però potremmo provare a vivere sotto lo stesso tetto». Ascolto soltanto la seconda frase. Dentro quel “provare” apparecchio già una tavola per due e sento passi nel corridoio alle sette di sera. Mi vedo persino appendere il cappotto a un gancio che finalmente è anche mio. La prima frase finisce in un cassetto, come una bolletta non aperta. Ma le bollette non aperte continuano a crescere. Abitare nella stessa casa basta a trasformare un no in un sì? Così entro con un desiderio preciso in una situazione che resta indefinita.
Perché quella casa immaginata vale tanto? Perché non nasce oggi ma nel passato. Se nella tua storia l’appartenenza è mancata, se hai atteso sguardi, se hai imparato a farti piccolo per non essere lasciato fuori, il Numero Due ha scritto un copione intero: adattarsi, aspettare, meritare. Quando qualcuno dice “proviamo”, il Numero Uno, quello che voleva soltanto essere voluto, rialza la testa come un bambino accanto a una porta socchiusa. La persona di oggi diventa un cerotto sulla ferita di allora. Mi sceglierà? Essere scelto da lei sembra poter rispondere a ciò che è rimasto aperto da anni: posso avere anch’io qualcuno che mi voglia nella propria vita senza doverlo continuamente convincere? È una fame vecchia di decenni, pronunciata da un corpo adulto.
Così col presente curiamo il passato. Cerchiamo di riempire i vuoti, le assenze, la non famiglia di allora attraverso la famiglia che vorremmo avere adesso. Quando c’è reciprocità, questo desiderio trova casa. Quando manca, nasce la trasposizione: portiamo su una persona vera l’attesa di ciò che altri non ci hanno dato. È come chiedere il pane in una ferramenta. Il negozio esiste, il commerciante è gentile, ma la merce che cerchi non è su quegli scaffali. E tu torni ogni giorno, convinto che domani la troverai.
Col passato, allora, ci allontaniamo dal presente. L’altro mostra un limite, esprime un desiderio diverso, rimanda la scelta, e noi leggiamo ogni microazione come l’alba del cambiamento: un messaggio più caldo, un invito a cena, una mano sulla spalla. La bilancia è truccata. Una serata affettuosa vale più di tre settimane di silenzio. Non ci interessa più capire come stiamo dentro quel legame, vogliamo che sia la risposta alla nostra storia. E diamo senso alla vita attraverso il non senso di una famiglia immaginata, mai abitata.

Puoi essere sensibile, brillante, controcorrente. Puoi capire tutto con precisione chirurgica e chiamare farsa ciò a cui sei legato. Ma capire toglie l’anestesia: se quella persona non diventerà la famiglia che desideri, dovrai sentire la mancanza a mani nude, senza l’attesa a coprirla. Per questo il cuore si aggrappa più forte proprio mentre la mente vede più chiaro. Hai cominciato a misurare quanto quella relazione ti neghi, ma non hai ancora trovato come prenderti cura del dolore che la separazione riapre. È come guidare con i fari accesi e il piede ostinato sul freno. Vedi la strada, ma non riparti.
Ci leghiamo per anni, anni e ancora anni a persone di oggi che diventano fantasmi del passato. La persona esiste, è reale, ma su di lei si posa anche la richiesta indirizzata a chi, un tempo, non ci ha dato ciò che serviva. La memoria rimescola il mazzo: una distanza di oggi porta addosso il carico di vecchie esclusioni, e una risposta diventa urgente a qualunque prezzo. Controlliamo un telefono, frughiamo tra i silenzi come in una borsa vuota. Ma una verifica consegna un dato fallimentare, non una famiglia. Possiamo trovare il nostro nome in una rubrica e non trovare un posto nella vita di chi la possiede. E varcando i suoi confini rischiamo di ferire, di incrinare la fiducia, di aggiungere un danno concreto al dolore che volevamo spegnere.
Chi sta davanti a noi non è la nostra famiglia irrisolta. Può volerci bene e desiderare un legame diverso dal nostro. Può essere contraddittorio, poco presente, incapace di decidere. Va riconosciuto per ciò che produce nella nostra vita, senza tradurlo in una promessa. Insistere finché cambia non ripara ciò che ci è mancato ieri: ci tiene impegnati nello stesso compito, strappare appartenenza a chi non la offre nella misura che ci serve.
Ecco perché la mappatura delle storie antiche è decisiva. Significa ricostruire dove abbiamo imparato ad aspettare, quali gesti compivamo per essere guardati, quanto spazio potevamo concedere ai nostri bisogni senza temere di perdere il legame. Quali mandati ci hanno detto di accontentarci? Da lì si vedono le cerniere, i punti in cui la storia di allora si aggancia a quella di oggi. Dopo un rifiuto raddoppiamo gli sforzi? Davanti a una promessa dimentichiamo quanto siamo stati male? Quando ci allontaniamo stiamo meglio, ma torniamo appena la paura diventa più forte del sollievo? Collegare questi fatti al passato rende comprensibile l’ostinazione e permette di lavorare sul dolore che la sorregge.
Solo allora possiamo guardare la relazione per quello che accade. La proposta viene mantenuta? Il desiderio di stare insieme è condiviso? Possiamo dire un bisogno senza doverlo ritirare subito per conservare la vicinanza? Le risposte stanno nei comportamenti, nella continuità, nel posto che occupiamo nella giornata dell’altro. Una famiglia nasce da questa disponibilità reciproca, e riconoscere dove manca ci consente di smettere di chiedere a quella persona di riparare ieri e di cominciare a prenderci cura di ciò che ci fa restare, oggi, davanti alla stessa porta.
Questo pomeriggio vado dal proprietario. Poso la chiave sul tavolo, accanto a una tazzina di caffè ancora fumante, e dico grazie. Quella chiave non apre più nulla, se non l’attesa, che è solo il passato. Consegnarla non vuol dire perdere una casa, che ho già lasciato: vuol dire smettere di fermarmi, ogni giorno, con il pensiero, davanti a una porta che ormai appartiene ad altri. Esco e sento la coscia leggera, come dopo aver scaricato un peso. Quanto alla proposta di Marta, la guardo per quello che è: un invito senza data.
giorgio burdi
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Le Contaminazioni
Le Contaminazioni
Elena è una donna di cinquant’anni, con una solida formazione universitaria e un lavoro in una località del centro Italia. Sta bene con sé, preferisce stare sola, ma viene in studio per comprendere perché non senta il bisogno di avere un uomo. Racconta di aver avuto relazioni importanti e aggiunge un particolare: dopo l’intimità doveva lavarsi per bene. Nel ripercorrere la sua storia emerge che, a cinque anni, mentre la madre accudiva il marito, veniva affidata a una vicina. Sua figlia Miriam, di sei anni più grande, chiudeva la porta del salone, si sdraiava e le chiedeva di accarezzarle le parti intime. Elena racconta di aver poi ripetuto quei gesti con la sorella Sara e con Terry, una bambina più intraprendente. Nel cortile quei comportamenti erano proseguiti, fino a quando una delle bambine le aveva chiesto un contatto orale-genitale.
Elena si era rifiutata, disgustata, interrompendo definitivamente quelle esperienze. L’emozione del disgusto può aver fissato nella memoria di Elena quella richiesta di rapporto orale sull’altra bambina, lasciando un filo d’Arianna lungo quarantacinque anni. È l’emozione che può essere rimasta viva, fino a riaccendersi nell’intimità di oggi, nel bisogno di lavarsi dopo un rapporto e, forse, nella distanza dalla relazione con un uomo.
La contaminazione potrebbe trovarsi proprio in questo passaggio: l’esperienza è terminata, ma l’emozione legata a quell’esperienza entra nelle successive, mescolando ciò che Elena vive adesso con ciò che ha vissuto allora. Ma perché oggi la distanza dalla relazione con un uomo, se l’esperienza era avvenuta con altre bambine? Perché le prime esperienze della propria sessualità possono generalizzarsi lungo la vita attraverso le sensazioni e i significati che lasciano: ciò che si riattiva può riguardare l’intimità, il contatto, l’esposizione del corpo, indipendentemente dal sesso dell’altra persona. Nel bambino l’identità sessuale è in formazione; non è assente, ma manca ancora la comprensione adulta di quelle esperienze.
Esse possono influenzare il modo di vivere la vicinanza senza determinare l’orientamento sessuale o decidere inevitabilmente il futuro. È su questo possibile filo che il lavoro con Elena deve soffermarsi, per comprendere se l’emozione del disgusto continui a contaminare il suo presente e quanto spazio lasci alla libertà di vivere una relazione oppure di scegliere di stare sola. Elena non era sporca. Eppure una persona può arrivare a sentire sul proprio corpo qualcosa di intollerabile, come se dovesse togliersi di dosso un’esperienza attraverso l’acqua. Il sapone incontra la pelle, mentre l’emozione del disgusto potrebbe avere radici nella memoria di una relazione. Il presente arriva con un volto nuovo e trova un’emozione antica ad aspettarlo.
Si può amare la solitudine; la domanda riguarda la libertà di sceglierla: è uno spazio nel quale Elena respira oppure, almeno in parte, una distanza che la protegge? La contaminazione non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda anche i traumi, i mandati, i ruoli, i modelli, gli obblighi e le responsabilità che entrano nella vita di un soggetto e possono influenzarla ben oltre le situazioni nelle quali sono nati.
Un padre ripete al figlio che è incapace; anni dopo, davanti a un’opportunità, quel figlio si ritira dicendo di non essere all’altezza. La voce è diventata la sua, il giudizio ha conservato il proprietario originario. Chi sta decidendo, davanti a quella possibilità? Il padre può essere lontano, persino morto, e continuare ad avere una sedia alla scrivania del figlio. Il giudizio ricevuto ha contaminato la percezione del proprio valore: ogni difficoltà sembra una conferma, ogni risultato una fortunata eccezione. Una madre affida alla figlia la propria solitudine: «Sei l’unica che mi è rimasta». La ragazza impara a misurare le partenze attraverso il dolore che potrebbero provocare. Rinuncia a un viaggio, rimanda un trasferimento, risponde al telefono anche mentre sta facendo l’amore.
Il bisogno materno è entrato nel suo diritto di vivere. Può chiamarlo premura, ma dentro quella premura il desiderio deve chiedere continuamente scusa. Ecco la contaminazione di un mandato: amare qualcuno finisce per significare non lasciarlo mai scontento. Persino la felicità diventa sospetta, perché porta altrove. Ci sono famiglie nelle quali un bambino viene nominato forte prima ancora che qualcuno gli domandi se abbia paura. Diventa quello che regge, risolve, consola. Crescendo porterà quel ruolo al lavoro, nella coppia, nelle amicizie; tutti sapranno dove appoggiarsi e pochi penseranno di offrirgli una spalla.
Il ruolo ha contaminato l’identità fino a rendergli vergognosa la stanchezza. Che cosa rimane di lui quando non sostiene nessuno? Una colonna non può sdraiarsi, una persona sì, ma per concederselo dovrà riconoscere di essere diventata un sostegno anche contro i propri bisogni. Altri ricevono il compito di riuscire per tutti. Una laurea deve riscattare le rinunce del padre, una carriera riparare le umiliazioni della famiglia. Ogni traguardo porta una folla sul podio. Il figlio viene applaudito, ma non sa più se desiderasse davvero arrivare lì. Il mandato ha contaminato l’ambizione: dentro il successo c’è un debito che nessun risultato riesce a estinguere.
Come potrebbe sentirsi finalmente soddisfatto, se sta tentando di completare la vita di qualcun altro? Anche la responsabilità può essere invasa. Un bambino ascolta i genitori litigare e cerca di diventare più bravo per farli smettere. Porta un bel voto come un secchio d’acqua davanti a un incendio. Da adulto può continuare a intervenire in ogni conflitto, a sentirsi colpevole del malumore altrui, a offrire soluzioni che nessuno gli ha chiesto. Si sente responsabile anche di ciò su cui non ha potere. Il dovere ha perso il confine, e la sua vita diventa un turno di reperibilità senza fine. Nelle relazioni sentimentali la contaminazione può essere ancora più difficile da riconoscere, perché indossa qualcosa che desideriamo. Chi è cresciuto tra affetto e umiliazione può trovare familiare una persona che lo cerca e poi lo svaluta.
L’incertezza diventa attesa, l’attesa occupa le giornate, e quella tensione viene scambiata per la misura dell’amore. Una presenza affidabile potrebbe persino apparire poco coinvolgente: non costringe a inseguire, non tiene svegli, non chiede di conquistarsi ogni volta un posto. Quale idea di amore è entrata dentro di noi, se per sentirlo abbiamo bisogno di temere continuamente di perderlo? Il modello ricevuto può contaminare il riconoscimento di ciò che ci fa bene. Anche gli obblighi si insinuano nel riposo. Una persona si siede, ma dopo pochi minuti deve alzarsi e trovare qualcosa da fare. Nessuno la sta rimproverando, eppure sente di perdere tempo. Ha imparato che il valore dipende dall’utilità e ora porta quel metro persino sul divano.
Il lavoro è finito, il sorvegliante è rimasto. Non tutti i doveri sono catene: esistono impegni reali e persone delle quali siamo responsabili. La contaminazione comincia quando non riusciamo più a distinguere ciò che ci compete da ciò che facciamo per scongiurare vergogna, rifiuto o colpa. È questa mescolanza a renderla insidiosa. La paura prende il nome di prudenza, la sottomissione quello di bontà, il controllo quello di attenzione. Ci abituiamo a una spiegazione di noi stessi che nasconde il prezzo pagato per diventare così. «Sono fatto in questo modo», diciamo, e chiudiamo la questione proprio dove avrebbe bisogno di aprirsi. Quanto di quel modo ci appartiene e quanto è stato necessario per essere accolti, per evitare una punizione, per conservare un legame?
Riconoscerlo non significa attribuire ogni disturbo alla famiglia o a un trauma: la sofferenza psicologica ha origini complesse. Significa individuare, nella storia di quella persona, dove un’esperienza continui a estendere i propri effetti oltre il contesto nel quale è nata. La cura lavora su questi confini. Aiuta a riconoscere una voce prima di obbedirle, a distinguere una responsabilità da un debito impossibile, una vicinanza attuale da un’invasione passata. Per Elena potrebbe significare comprendere il bisogno di lavarsi e restituire al proprio corpo un’esperienza di rispetto, senza imporle una relazione come prova di guarigione.
Può restare sola, può desiderare qualcuno: ciò che conta è che abbia spazio per scegliere. La porta di quel salone veniva chiusa da un’altra persona; il suo presente ha bisogno di confini sui quali possa esercitare la propria volontà. In termini clinici, uso dunque contaminazione come una metafora di un processo, non come una diagnosi: esperienze traumatiche, giudizi, mandati e modelli relazionali vengono interiorizzati e possono riattivarsi nelle situazioni presenti, influenzando la percezione di sé, le emozioni e i comportamenti, fino a restringere la libertà di scelta.
Nel caso di Elena, il nesso da verificare riguarda la memoria dell’emozione del disgusto, un possibile vissuto di contaminazione mentale, cioè una sensazione interna di sporcizia senza una contaminazione fisica attuale, e il ricorso al lavaggio o alla distanza per attenuare il disagio. La parola “compulsione” diventa pertinente se quel lavarsi è vissuto come un gesto obbligato, difficile da interrompere, al quale ricorrere per neutralizzare il malessere; il solo racconto non basta a stabilirlo. L’emozione del disgusto può aver lasciato una traccia tenace, ma definirla indelebile significherebbe negare la possibilità di trasformazione alla quale la cura lavora. Elena non ha bisogno di essere ripulita dalla propria storia: ha bisogno che quella storia non decida, al suo posto, che cosa le sia ancora possibile vivere.
La storia riportata è vera ma i nomi luoghi e date sono tutte di fantasia nel rispetto della privacy
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Il Diritto al Cazzeggio
Il diritto al cazzeggio
Sono sul divano con una tazza di tè ormai tiepida tra le mani e seguo un piccione che litiga con il vento sul cornicione di fronte. Non sto facendo niente. Vergognati. Bastano tre minuti e, come allo start, scatta la sirena: rispondi a quel messaggio, sistema la scrivania, portati avanti con il lavoro, perché domani ne avrai il doppio. Nella stanza non c’è nessuno. Quella voce è nella mia testa, ha la fretta di chi aspettava da me una pagella e la severità di chi segnava in rosso i miei errori, però parla con la mia bocca. È il Numero Due di guardia, e i suoi mandati non danno mai scampo, non timbrano mai l’uscita. Mi alzo di scatto, in colpa, senza aver capito di cosa avessi bisogno. Mi rimprovera con il dito puntato: «Stai cazzeggiando!». Ma vaffanculo, il tuo dito è un pungolo fastidioso! Dove devi andare? Vuoi fermarti?
Una giornata senza cazzeggio non ha motivo di iniziare, non può incominciare, perché ogni movimento parte da un fermo. Il velocista si accuccia sui blocchi, il saltatore piega le ginocchia prima dello stacco, il tuffatore si raccoglie sul trampolino, l’automobile non cambia marcia se non premi la frizione e stacchi per un istante il motore dalle ruote. Io invece pretendo di essere già in corsa ed efficiente al primo squillo della sveglia. Entro negli impegni prima di essermi raggiunto, rispondo, firmo, telefono, rimando, risolvo, sorrido a un cliente che mi irrita, ingoio un panino in piedi, e a sera scopro che il corpo ha eseguito un programma a cui non ho partecipato. So elencare cosa ho sbrigato. Non so dire chi c’era mentre lo facevo.
Il cazzeggio è la frizione dell’anima. Una poltrona occupata senza scopo, il caffè bevuto guardando il marciapiede, la passeggiata che non porta da nessuna parte, le ombre che scivolano sul muro, una conversazione improbabile inventata sotto la doccia, la scena buffa di martedì rigirata nella mente finché mi scappa da ridere da solo, le mattonelle numerate una a una, la pancia grattata sul balcone, il gatto del vicino seguito con lo sguardo come fosse un film. In quelle pause si posa la polvere di ieri e affiora ciò che avevo scavalcato: una preoccupazione, un’irritazione ingoiata in riunione, la nostalgia di un amico, un dolore alla spalla che reclamava ascolto, la voglia di uscire che non trovava spazio. Lì distinguo ciò che mi aspetta da ciò che mi attira. Il Numero Due mi porge l’agenda con i doveri, il Numero Uno mi porge i desideri. Il giorno trova un orientamento e dopo si riempie.

Chiamo tutto questo cazzeggio, non meditazione, non pratica, non crescita personale, non benessere in pillole. La parola è sporca apposta. Non promette tecniche né risultati, mi autorizza ad annoiarmi, a oziare, a inseguire un pensiero che muta forma. Appena l’ozio diventa un esercizio con l’obiettivo di partorire idee migliori, il Numero Due se l’è ripreso: controllerebbe la quiete come controlla le scadenze e si incazzerebbe davanti a un pomeriggio sterile. Rivendico il diritto di perderlo, quel pomeriggio, e di non combinare un accidente. Di abbandonare una fantasia, un libro o un film a metà, di non capire una battuta o un’emozione nel momento in cui compare, di sbagliare strada di proposito, di restare qualche minuto senza domande da farmi e innanzitutto senza risposte. Il tempo è mio anche quando devo spiegarlo a qualcuno o non so renderne conto a nessuno.
Ma chi l’ha detto che la parte più importante di me sia quella produttiva? L’ha detto il copione, quando ancora non ero in grado di discuterlo. La parte più importante è l’improduttività: l’errore e il fallimento, nel caos, preparano il terreno. Ho imparato da piccolo che la carezza arrivava dopo il compito finito, l’applauso dopo il bel voto, la fiducia dopo il risultato, il permesso di giocare dopo la camera in ordine. L’applauso, al contrario, deve arrivare per tutte quelle volte che friggo sulla sedia. Una carezza vale se arriva durante la fatica. Così mi riconosco in ciò che concludo solo se tratto come eccellenza anche il difetto di fabbrica: l’esitazione, l’incoerenza, la lentezza, la domenica noiosa senza un episodio da raccontare. E l’essenziale è che continuo a esistere anche a mani vuote, prima o poi il sole splende di nuovo: sento, ricordo, immagino, vivo. Se mi considero prezioso unicamente quando rendo e produco, mi voglio bene a cottimo. Divento una partita Iva, l’azienda di me stesso, non una persona.
Il contadino lo sa da secoli: tiene un campo a maggese per una stagione intera e quella terra, che sembra sprecata, si sta rifacendo. Un pescatore rispetta il fermo biologico e poi ricala le reti per prendere il meglio. Dietro molte cose che riesco a portare fuori di me c’è una lunga inattività di questo tipo. Io ho fatto della mia inefficienza la mia efficienza. Ho passato mesi a riempire tabelle per decidere se lasciare il posto e l’intuizione mi è arrivata al mercato, tastando i pomodori. Più mettevo in fila argomenti, più ogni ipotesi scoloriva; quando ho smesso di spremere, ho visto quale opzione mi spaventava e perché continuavo a scartarla. Quei calcoli contavano, ma da sole non bastavano. Serve tutto ciò che ha l’aria di fiato perso.
Allora ecco il cazzeggio. Anche un’iniziativa concreta ha questo sottosuolo. Chiede impegno, continuità, sforzo ripetuto, conflitti, tentazione di cestinarla, scontri con i limiti della realtà, ma prima ancora esige di sapere da che spinta prende vita. Ogni progetto nasce dal nulla. Posso dedicare anni a un’impresa costruita con cura e scoprire di aver servito un mandato che non era il mio. Paradossalmente può avere successo un percorso su cui mi percepisco via via più assente e non assillato. Il cazzeggio spezza la trance e mi fa annusare se quel cammino ha ancora il mio odore. A volte torno al mio cantiere del vuoto, più convinto dopo essermene allontanato. A volte capisco che devo cambiare rotta. Tutte le posizioni, mollare, fermarsi e riprendere, sono necessarie per produrre qualcosa di utile, e alla base della produttività c’è il cazzeggio.
La noia mi fa paura perché non offre appigli. Senza le faccende che di solito mi distraggono, viene a galla ciò che nelle ore piene tengo in disparte. La noia è irta di rituali e il suo inizio è la fase più scomoda: la mano cerca il cellulare, apro il frigorifero anche se non ho appetito, farei qualsiasi cosa pur di non stare lì immobile e seduto. Se non cedo, a volte si ripresenta una frase che un collega mi ha rivolto al mattino: lì per lì ho sorriso, e adesso mi accorgo che mi aveva ferito. Altre volte riscopro il piacere di fare una cosa soltanto perché mi va, senza dovermi dimostrare bravo.

La noia è la sala d’attesa del Numero Uno. Anche il gioco ha questa funzione, e nessun calendario lo prevede. Da adulto mi è ancora concesso fantasticare su cose che non realizzerò: arredare una casa in cui non abiterò, organizzare a occhi aperti un viaggio che non farò, provare la replica che non ho avuto il coraggio di dare a chi mi comanda. Nessuna di queste invenzioni mi vincola. Ma qualcuna insiste e mi rivela un interesse o una mancanza; da lì può germogliare una microazione, un gesto piccolo e reale. Fino a quando è un sogno, quell’idea è al riparo dai timori e dal buon senso, che la boccerebbero subito.
Esiste una stanchezza che si cura dormendo e un’altra che si cura con un po’ di pace. Individuo la seconda quando perfino il riposo si trasforma in un obbligo: la palestra con il cronometro, la vacanza organizzata al quarto d’ora, il romanzo chiuso a tappe forzate per sfoggiarlo a cena, la serie divorata in una notte come un turno di straordinario. Allora smetto di pianificare pure la sosta. Mi godo il caldo, fisso una nuvola, tendo l’orecchio ai rumori del palazzo, e le forze ricompaiono da sole. Per una volta, il silenzio va bene così.
Non attendo più il via libera. Spengo lo schermo, mi siedo storto, perdo un’ora senza giustificarla con nessuno. Il Numero Due protesterà, lo fa sempre, però non mi ha reso più felice. Fermati, gioca, cazzeggia: me lo ripeto fino a crederci. Se non mi regalo una tregua non riparto: corro via, verso una meta scelta da altri. E un mondo che ha dimenticato come si cazzeggia sforna moltissimo e non sa più per chi.
giorgio burdi
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Non siamo Secondi ai vostri Imprevisti
Non siamo secondi ai vostri imprevisti
l’ imprevisto è una forma di dittatura e chi la esercita vorrebbe passare da galante. «Ho avuto un imprevisto» è diventato, per troppa gente, il passatempo, il lasciapassare per fare del tempo degli altri quello che vuole. Lo pronunci e pensi di aver sistemato tutto: l’appuntamento salta, la promessa decade, qualcuno dovrà riorganizzarsi e dovrà farlo senza disturbarti, perché hai già la tua complicazione da gestire. Poco importa che si sia liberato dal lavoro, abbia rinunciato a un altro incontro, attraversato la città o preparato qualcosa per te. Il tuo imprevisto arriva e pretende di comandare sulla sua giornata. E guai a manifestare disappunto: rischia di diventare lui quello rigido, quello che non comprende, quello che se la prende per niente.
Prima gli sconvolgi i programmi, poi gli chiedi anche di sentirsi in difetto per avertelo fatto notare. È questa pretesa a essere intollerabile: trasformare una propria difficoltà in un ordine al quale gli altri dovrebbero obbedire. Nessuno è veggente, nessuno può prevedere una malattia improvvisa o impedire che accada un’emergenza. Ma qui parliamo di chi ha fatto dell’imprevisto un’abitudine e dell’altrui comprensione una risorsa da sfruttare fino all’esaurimento. Di chi prende impegni con una leggerezza disarmante, salvo diventare pesantissimo quando gli si chiede di mantenerli. «Non ho previsto» dovrebbe qualche volta significare: ho calcolato male, sono stato distratto, ho promesso più di quanto potessi sostenere. Assumersi questa responsabilità richiede di scendere dal piedistallo dell’innocenza e riconoscere che il disagio provocato a qualcuno ci riguarda.
Molto più comodo chiamare in causa il destino e presentarsi come vittime di una giornata che, guarda caso, saranno soprattutto gli altri a pagare. C’è chi riempie l’agenda fino a farla scoppiare e si compiace della propria efficienza, senza vedere che sta organizzando una catena di inadempienze. Si attribuisce il valore di una persona molto richiesta mentre distribuisce agli altri il costo della propria incapacità di scegliere. Ogni sì aggiunto senza criterio contiene un appuntamento che verrà sacrificato, una persona che aspetterà inutilmente, una scusa già pronta a entrare in scena. C’è poi chi non sa dire di no a chi ha davanti e diventa improvvisamente capace di negare tutto a chi è lontano: tempo, attenzione, parola data. Il presente ingombra, insiste, fa pressione; l’assente può essere spostato.
E così la priorità finisce per andare a chi si impone di più, mentre chi si è fidato viene retrocesso. La correttezza diventa una debolezza della quale approfittare. Analiticamente, l’imprevisto può anche offrire riparo a una resistenza: un incontro mette paura, un confronto è scomodo, un cambiamento richiede di abbandonare una posizione nella quale ci si è accomodati. Sopraggiunge un contrattempo e lo si accoglie con un sollievo che meriterebbe di essere ascoltato. Finalmente si può rimandare senza dichiarare che cosa si sta evitando. La circostanza ci presta una giustificazione e noi la lasciamo parlare al posto nostro. Ma la comprensione di un meccanismo inconscio non autorizza a lasciarne le conseguenze sulle spalle di chi ci aspetta.
Comprendersi dovrebbe servire a diventare più responsabili, non più abili nel trovare un nome a ciò che continuiamo a fare. Il punto più grave arriva quando l’imprevisto diventa comando: io cambio i programmi e tu ti adegui; io non so quando potrò e tu rimani disponibile. Una piccola dittatura quotidiana, esercitata senza chiedere apertamente obbedienza, perché si pretende di ottenerla attraverso la comprensione. L’altro dovrebbe tenere libera la giornata, controllare il telefono, rinunciare a decidere, conservare uno spazio che forse verrà occupato.
Chi impone questa sospensione si prende una libertà che sottrae a qualcun altro. E spesso non avvisa nemmeno, pur potendo farlo, perché considera il proprio affanno più importante della possibilità altrui di organizzarsi. Un messaggio richiederebbe pochi istanti, ma perfino quegli istanti sembrano un investimento eccessivo per la persona lasciata ad aspettare. Il tempo le viene rubato due volte: perde quello riservato all’appuntamento e quello che continua a tenere prigioniero nell’eventualità che qualcuno si faccia vivo. Tu intanto non cominci nulla, non ti allontani, non prendi un altro impegno, perché potresti essere chiamato proprio allora. Finisci a fare il custode di una disponibilità che l’altro usa a suo piacimento. E a forza di aspettare rischi persino di dimenticare che quella giornata ti appartiene.
Questo meccanismo diventa ancora più feroce dove esiste uno squilibrio di potere. Un relatore lascia una tesi ferma per mesi e uno studente deve dosare perfino le parole con cui chiede notizie; un responsabile rimanda una decisione e intere attività restano sospese; qualcuno trattiene una firma mentre chi ne dipende non può andare avanti. Dall’altra parte c’è sempre una persona invitata ad avere pazienza, come se la pazienza fosse un deposito senza fondo dal quale attingere gratuitamente. Il più debole teme di protestare, il più forte si abitua a non rendere conto. Dentro questa abitudine cresce la prepotenza: sapere che qualcuno ha bisogno di noi e comportarsi come se questo ci desse il diritto di disporne. Nei servizi e nei percorsi di cura il tempo disperso può avere conseguenze drammatiche, perché la vita non rimane ferma insieme a una pratica. Il corpo continua ad ammalarsi, i bisogni crescono, le possibilità si restringono.
Dietro ogni passaggio inceppato c’è qualcuno che sta pagando un prezzo reale. Eppure basta dire «ci sono stati degli imprevisti» perché la responsabilità sembri dissolversi, senza che nessuno debba spiegare dove si è interrotto il processo e che cosa verrà fatto per rimetterlo in movimento. Un domino di condizionamenti attraversa persone, famiglie, lavori: ogni agenda è una vita, anche quella di chi non ha il potere di farsi ascoltare. Il rispetto del tempo dovrebbe cominciare proprio da qui, dalla capacità di vedere ciò che la nostra disorganizzazione provoca oltre il perimetro delle nostre preoccupazioni. Chi fissa un appuntamento riceve in custodia uno spazio altrui. Qualcuno lo ha liberato per noi, gli ha dato una destinazione, ci ha investito fiducia. Trattarlo come una carta appallottolata nel cestino significa disprezzare un valore che ci era stato affidato.
E non basta presentarsi dopo con la solita spiegazione, pretendendo che una scusa cancelli anche tutte le volte precedenti. La ripetizione cambia il peso degli avvenimenti: ciò che una volta può essere accolto, dopo mesi può diventare una condizione nella quale ci si sente continuamente svalutati. Chi subisce comincia a rimuginare, a interrogarsi sul proprio valore, a chiedersi perché con altri gli impegni vengano rispettati e con lui siano sempre negoziabili. È lì che bisogna svegliarsi, prima di trasformare la mancanza di riguardo altrui in una condanna contro se stessi. La tua dignità non dipende dal posto che una persona disorganizzata o prepotente decide di assegnarti nella propria agenda. Puoi pretendere un preavviso, chiedere un orario attendibile, stabilire fino a quando sei disponibile ad aspettare. Puoi smettere di dire «non fa niente» mentre dentro sei furioso e la tua giornata è stata sconvolta. Fa qualcosa, invece, e va detto con chiarezza: ho preso un impegno con te, ti ho riservato del tempo, mi aspetto che tu ne riconosca il valore. Se non puoi esserci, avvisami; se non sai quando potrai, lasciami libero di organizzarmi.
La comprensione non comprende la rinuncia permanente a se stessi. L’uomo analitico affronta l’imprevisto assumendosi il compito di riorganizzare, comunicare, riparare per quanto possibile. Impara a valutare i propri limiti prima di distribuirne gli effetti agli altri e rinuncia al piacere di sembrare sempre disponibile, quando sa di non poterlo essere. Questa maturità deve entrare anche nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, in tutti quegli ambienti nei quali il tempo viene preteso, disperso o trattenuto senza riconoscimento. Gli straordinari imposti e non pagati sottraggono ore al riposo, agli affetti, alla vita di qualcuno: non sono una disponibilità da dare per scontata. Serve una cultura capace di indignarsi anche per ciò che viene rubato senza toccare un portafoglio. Perché il tempo è lo stesso uomo, e disporne con arroganza significa entrare nella sua esistenza senza averne il permesso.
Donare il proprio tempo rimane un gesto immenso, proprio perché nessuno potrà restituircelo; pretenderlo, invece, rivela quanto poco si consideri chi lo offre. Non siamo secondi ai vostri imprevisti e non vi dobbiamo la nostra immobilità mentre decidete quando occuparvi di noi. Abbiamo una vita da portare avanti, e smetteremo di lasciarla in ostaggio alla vostra.
giorgio burdi
Tratto da “ La malattia del tempo “ : L’impreviso
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La Sostanza Affettiva
- “La sostanza affettiva”
è un libro orientato a curare la dipendenza affettiva, partendo dalle sue radici e dagli abbandoni. È un libro per chi soffre nei rapporti, per chi si sente sempre troppo esposto al dolore affettivo o troppo poco amato, per chi vuole capire da dove viene il proprio dolore e trasformarlo in una nuova forma di presenza.
La dipendenza affettiva non è solo un amore che fa soffrire, ma una struttura interna che ritorna a cercare nell’altro ciò che un tempo è mancato: presenza, conferma, centralità, continuità, diritto di esistere senza elemosinare sguardi. È da qui che il partner diventa troppo, il silenzio pesa troppo, la distanza si fa minaccia, il controllo sembra lucidità, il possesso si traveste da passione e la gelosia diventa una febbre che consuma. In questo libro l’autore entra nel cuore di questo dramma con uno stile diretto, vivo, clinico e profondamente umano, partendo dalla esperienza diretta in studio.
Mostra come nascono gli attaccamenti che imprigionano, come agiscono gli abbandoni, l’anaffettività, l’ambivalenza, il bisogno di essere scelti a ogni costo, il distacco da sé, il ruolo del corpo che parla con i sintomi, delle passioni, del talento e dell’amore di sé, fino ad arrivare a una domanda decisiva: come si passa dalla dipendenza al legame. Queste pagine non offrono formule facili né consolazioni romantiche. Offrono qualcosa di più raro: una strada concreta per riconoscere il meccanismo, interrompere il vecchio copione, ricostruire il proprio centro e rendere finalmente pensabile un amore più libero, più vero, più degno. Non per sopravvivere all’amore, ma per smettere di usarlo come prigione e tornare a viverlo come incontro.
Il libro si sviluppa come un percorso preciso. Parte dai fondamenti del legame e dell’attaccamento, chiarendo la differenza tra innamoramento, amore e struttura relazionale, e mostra come la neurobiologia del legame e della dipendenza affettiva costruisca nel corpo e nella mente un bisogno che non è solo emotivo ma anche fisiologico. Da qui entra nelle cause, dove prendono forma la relazione parentale, la coodipendenza, l’assenza, gli abbandoni e i vuoti di presenza, fino a mostrare come possesso, controllo, gelosia, incoerenza affettiva e bisogno proiettato trasformino il rapporto in una scena ripetuta, non in un incontro reale.
La terza parte segna il passaggio decisivo. Il lavoro si sposta sul soggetto: riconoscere la dipendenza, liberarsene, scollare il Numero Uno, costruire amore di sé, dare direzione attraverso l’autorealizzazione e le passioni, usare strumenti concreti come la Lettera Analitica e la Lettera Terapia, entrare in analisi quando necessario, fino a sviluppare autonomia e rendere possibile il passaggio dalla dipendenza al legame. Il libro include tre test finali di auto-osservazione, pensati come strumenti pratici per riconoscere i propri meccanismi e prevenire la loro ripetizione.
“La sostanza affettiva” non è una lettura teorica, nasce esattamente come si aiuta in studio. È un lavoro. Accompagna chi resta dove si consuma, chi torna sempre nello stesso punto, chi si umilia pur di non perdere il legame. Ma è anche uno strumento per chi cerca una comprensione clinica rigorosa della dipendenza affettiva.
La libertà affettiva non nasce quando trovi qualcuno che non ti ferisce. Nasce quando smetti di consegnare all’altro il compito di darti un senso e dirti chi sei.

Darmi Valore
DARMI VALORE
A volte mi capita di non credere a qualcuno quando mi dice che sono stata brava, che sia sul posto di lavoro, all’università, o da parte dei miei amici o familiari. Mi sembra come se volessero semplicemente essere gentili con me, come se fosse un obbligo e quindi una bugia.
Mi sono spesso chiesta se questa sensazione fosse solo mia, ma ho scoperto, durante una seduta di gruppo con il dottor Burdi, che molte persone sperimentano la stessa sensazione.
A volte sembra così difficile prendersi i meriti, perché non ci sentiamo mai abbastanza. Come se, per meritare una lode, bisognasse essere assolutamente perfetti, rendendo quindi il riconoscimento un risultato irraggiungibile.
Ma perché ci sentiamo così? Perché ognuno di noi tende a riconoscere solo il valore che si attribuisce e quindi se noi stessi non ci stimiamo, come possiamo credere all’elogio di qualcun altro?
Spesso, questo comportamento, è la conseguenza di una vita passata a cercare di dimostrare qualcosa alle persone a noi vicine, che però spesso non ci hanno visti o riconosciuti. Se veniamo convinti sin da piccoli di non meritarci premi o complimenti, finiremo per crescere con l’idea di non essere degni di riconoscimento.
A volte anche un semplice “non sei capace”, pronunciato da una figura di riferimento, può riecheggiare per anni nella nostra mente. Una volta adulti, si finisce così per interiorizzare l’idea di valere poco e di meritare poco.
È importante prendere consapevolezza di questi modelli ed è il primo passo per superarli. Dobbiamo ricordarci ogni giorno delle nostre vittorie e delle battaglie affrontate, guardare le nostre cicatrici e ricordarci di quanto siamo forti. Tutti noi abbiamo un valore inestimabile, dobbiamo solo imparare a riconoscerlo.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

L’ Attesa
L’ATTESA
Viviamo spesso il tempo come una risorsa economica che deve produrre, servire, rendere. Quando ci capita di essere costretti ad aspettare, che sia in una sala d’attesa, nel traffico o tra un impegno e l’altro, la sensazione è quella di stare buttando via qualcosa di redditizio.
Così, quando siamo costretti ad attendere, la prima sensazione è quella di stare perdendo qualcosa. Eppure, se ci pensiamo, quel tempo che giudichiamo perso potrebbe essere l’unico che davvero ci appartiene.
Nel libro La malattia del tempo, il dottor Burdi parla di un tempo diverso, un tempo che non coincide con l’utile ma con l’intimo.
Lo definisce “un varco di passaggio per riflettere”, uno spazio che non produce, ma permette di incontrare se stessi. Quando non stiamo svolgendo un’attività precisa, quando non stiamo producendo o rispondendo ad una richiesta, sentiamo da un lato la voce che ci ricorda che dovremmo fare di più, dall’altro una voce più profonda che ci chiede di fermarci, di riposare. L’attesa diventa così non solo il tempo che passa, ma conflitto tra il dovere e il bisogno.
Nel testo, il dottor Burdi parla del “sentirsi osservati” come metafora del sentirsi sempre in dovere. È come se ci fosse uno sguardo interno che giudica ogni pausa, ogni momento non produttivo.
Restare in attesa significa allora sottrarsi, anche solo per un attimo, a quell’obbligo costante di dimostrare qualcosa. Dovremmo iniziare a vivere l’attesa non come una perdita di tempo, ma appunto come un tempo diverso. Un tempo in cui ci riappropriamo del diritto di non fare niente.
Forse il disagio che proviamo nasce dall’idea che il nostro valore coincida con ciò che facciamo. Se non stiamo facendo nulla, allora stiamo fallendo. Eppure l’attesa ci insegna che non tutto deve servire e accettarla significa ammettere di non avere controllo su tutto, significa imparare ad accettare l’incertezza.
E forse non è il tempo a mancarci davvero, ma la capacità di abitarlo senza sentirci in difetto.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

La Carezza
Il potere di una carezza
Durante la mia esperienza di tirocinio dal dottor Burdi, mi è capitato spesso di ascoltare racconti di una specifica dinamica genitore-figlio a me molto familiare. Genitori che sono sicuri di esprimere al meglio il loro amore verso i figli, sostenendo di non far mancare loro mai nulla: un piatto caldo, vestiti puliti, un tetto sopra la testa e piaceri vari. Ma a volte si dimenticano di uno dei bisogni fondamentali, ovvero il contatto fisico.
Una semplice carezza, un abbraccio, un bacio hanno un potere enorme e sono fondamentali per costruire un legame forte e duraturo con i propri figli, per insegnare loro una maniera sana di amare e renderli più sicuri di loro stessi.
Per dare le prove di questo concetto, il dottor Burdi cita spesso nelle sue sedute di gruppo un esperimento degli anni ’50 condotto da Harry Harlow. Questo psicologo studiò il comportamento dei cuccioli di scimmia separati dalla madre subito dopo la nascita e notò qualcosa di significativo. Crescendo in isolamento, questi piccoli diventavano ansiosi, solitari e incapaci di relazionarsi con i loro simili.
Da questa osservazione nacque un esperimento. Harlow inserì nelle gabbie con i cuccioli due madri surrogate: una di fil di ferro, dotata di biberon, e una di pezza, morbida al tatto ma priva di cibo. Molti si aspetterebbero che i cuccioli andassero dal fantoccio con il cibo. Invece si aggrappavano alla madre di pezza, avvicinandosi a quella di ferro solo per mangiare, per poi tornare subito al calore della stoffa. Il messaggio era chiaro: cibo e cure non bastano a costruire un legame e a crescere degli individui forti ed indipendenti. L’affetto è un bisogno primario.
Io, non essendo genitore, non posso sapere cosa significhi non riuscire ad abbracciare il proprio figlio. Ma sono figlia, e durante l’infanzia quella carezza mi è mancata. È un gesto così semplice, eppure per molti diventa complesso, quasi ridicolo. E non averlo ricevuto mi ha costretta a imparare da sola cosa sia l’amore e come dimostrarlo, spesso sbagliando. Effettivamente in quelle scimmiette un po’ mi ci rivedo, riconosco di essere molto ansiosa, poco sicura di me e spesso metto in dubbio l’affetto delle persone che mi circondano. Adesso, a mia volta, fare una carezza mi costa tantissimo, e riceverne mi mette in imbarazzo, ma sto imparando a rompere questo schema, che probabilmente va avanti da generazioni.
Sicuramente anche i miei genitori hanno subito lo stesso trattamento e hanno assimilato questa forma d’amore come l’unica possibile. Sta a me, adesso, interrompere questo processo e imparare ad amare a pieno, senza la paura di una semplice carezza.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

L’ albero delle Ciliege
L’albero delle ciliegie
Da piccoli ci hanno insegnato l’educazione: regole implicite, silenziosamente condivise, tacitamente accettate. Ringraziare sempre. Sorridere. Aiutare. Essere presenti. Non arrabbiarsi, non disturbare, non occupare troppo spazio. Rimpicciolirsi, pur di entrare nell’altro senza essere ingombranti.
Per gran parte della vita seguiamo questi schemi, convinti che essere buoni significhi comportarsi così. Perché “così si fa”, perché “è giusto così”.
E intanto viviamo giornate in cui ci adattiamo, ci modelliamo, incanalando la frustrazione dentro di noi.
Non pensiamo per noi stessi, non ci ascoltiamo davvero: giochiamo con le regole dell’Altro.
Noi e l’altro diventiamo così intrecciati che, a un certo punto, non sappiamo più dove finiamo noi e dove comincia lui. E ci smarriamo.
Allora arriva la frustrazione.
Ci sentiamo trascinati dalle situazioni invece di viverle, incapaci di assaporarle, spettatori stanchi della nostra stessa vita. Scarichi, spenti, mossi da fili invisibili, marionette di un ventriloquo silenzioso.
Tutto perde sapore, ogni esperienza sembra identica alla precedente, ripetitiva, stantia.
Perfino la luce diventa monotona, il gusto della vita sfuma. Se un bambino viene costretto a mangiare una ciliegia, anche la più dolce, quella stessa ciliegia finirà per sembrargli insipida.
Così diventano le nostre esperienze, le nostre amicizie, le nostre relazioni: frutti imposti, privi di autenticità.
L’alienazione dell’unicità.
E a un certo punto, tutti i frutti che vediamo ci sembrano marci. Questo accade perché non riusciamo ancora a vedere la luce dentro di noi. Non riconosciamo la bellezza della nostra unicità, la meraviglia semplice dell’essere ciò che siamo davvero.

Finché non iniziamo a chiederci:
“Cosa voglio davvero?”
“Come vivo le situazioni che incontro?”
“Cosa non mi piace di ciò che continuo ad accettare?”
Solo allora, lentamente, iniziamo a sollevare i veli, a spogliarci delle sovrastrutture che ci hanno accompagnato per anni. Iniziamo a sentire, a scegliere, a dire di no. E, passo dopo passo, torniamo all’albero.
Lì, finalmente, possiamo assaporare quelle stesse ciliegie che prima ci avevano solo nauseato e scoprire che, quando siamo liberi, tornano ad essere dolci.
-Da il numero uno e il numero due dello psicoterapeuta Giorgio Burdi-.
Quanto è bello scegliere.
Anche se all’inizio fa paura, anche se porta con sé rotture e distacchi. Perché scegliere significa imparare a dire no, a esistere davvero, non solo a coesistere.
Significa tornare a essere Tu, pienamente, senza più nascondersi.
Scegliere è risplendere.
Ma per risplendere bisogna prima togliere gli ostacoli, le maschere, i rami secchi che oscurano la luce.
Fa male, sì. Perché ogni cosa che cade lascia un vuoto.
Ma subito dopo, da quel vuoto, arriva l’aria, arriva la luce. E arriva il sole.
Solo allora la vita torna a respirare dentro di noi, e l’albero, quello delle ciliegie, ricomincia a fiorire.
benedetta racanelli
psicologa magistrale
Bibliografia dello Studio
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DISCONESSI
DISCONNESSI
il libro
Come lo smartphone ci sta rubando la vita (e come riprendersela)
Ti senti più ansioso, distratto, stanco senza motivo? Negli ultimi anni hai notato un senso di insoddisfazione continua nel tuo lavoro o nella tua relazione? Hai perso energia, concentrazione e anche desiderio sessuale? Forse il colpevole è molto più vicino di quanto pensi. È nella tua tasca. Lo tocchi, lo guardi, lo controlli oltre cento volte al giorno. E lo chiami “smartphone”.

Ma lo smartphone non è uno strumento neutro. È un prodotto progettato per catturare la tua attenzione, condizionare i tuoi comportamenti, ridisegnare le tue abitudini. E a pagare il prezzo più alto sono i più giovani: negli Stati Uniti, uno studio shock ha evidenziato un’impennata nell’incidenza di depressione e malessere psicologico tra le ragazze adolescenti a partire dall’avvento dei social sugli smartphone. Numeri agghiaccianti, che non possono essere ignorati.
Se pensi di avere ancora il controllo, forse sei già dentro la gabbia. Perché questa non è una semplice dipendenza. È una nuova forma di schiavitù, invisibile ma potente. Ti ruba tempo, attenzione, energia. Ti allontana dagli altri. Ti allontana da te.

Basato su oltre 60 studi scientifici internazionali, questo libro ti mostra con chiarezza ciò che stiamo vivendo: un’alterazione profonda della mente, delle emozioni, del corpo. Un processo subdolo e graduale che ci sta disconnettendo dalla realtà.
Ma una via d’uscita esiste. Non fatta di nostalgie analogiche, ma di consapevolezza. Questo libro ti mostra cosa è successo, come ci siamo finiti dentro e, passo dopo passo, ti guida a riprendere in mano ciò che conta: il tuo tempo, la tua attenzione, la tua vita.
Perché non è troppo tardi. Mai.
marco loprieno







