
Tutto è iniziato una mattina di giugno di qualche anno fa, e prima di raccontarvi come andò devo farvi una confessione che vi sembrerà un paradosso: ero un uomo sano, e non lo sapevo. La salute, vedete, non fa rumore e non pretende gratitudine; chi la possiede la scambia per una legge di natura, e non sospetta che quella legge possa infrangersi mentre ci si sta abbottonando.
Mi svegliai all’ora consueta, mi lavai e mi sbarbai allo specchio senza badare al mio riflesso, come si evade una pratica, con la testa già alle scadenze. Cominciai a vestirmi. Dovevo uscire di casa, prendere l’auto e andare di corsa in ufficio, e quella corsa, lo ammetto, era ormai la forma stessa delle mie giornate: correvo senza domandarmi verso dove, e se un collega me l’avesse chiesto mi sarei offeso come per un’impertinenza.
Stavo infilando la camicia, con una manica già indossata e l’altra che penzolava vuota, quando d’un tratto fui colto da forti dolori, diffusi su tutto l’addome. Non era una fitta circoscritta, di quelle che hanno un indirizzo e che, appunto per questo, si direbbero già spiegate a metà; era un’onda sparsa, senza un centro e senza un confine. Mi immobilizzai in quell’atteggiamento goffo, e mi abitò soltanto lo stupore, più mortificante di ogni pena. Il mio organismo, quel servitore muto e fedele che eseguiva ogni comando, ora parlava, e parlava una lingua che non conoscevo.
Non capivo di che si trattasse, e feci ciò che fa chiunque quando non capisce: mi aggrappai alla spiegazione più banale, perché la banalità consola. Tornai in bagno, con una speranza meschina e testarda, persuaso che bastasse un poco di pazienza. Non accadde assolutamente niente. Quel niente, vi dirò, mi turbò più di qualunque spasimo, perché voleva dire che la causa si nascondeva altrove, più giù, in un sottosuolo di me dove non ero mai sceso.
Intanto la morsa si serrava, e quando divenne insopportabile telefonai al medico di famiglia, che mi consigliò degli antidolorifici. Li inghiottii senza indugio, con una fiducia superstiziosa, come se una pastiglia potesse riportare l’ordine, e attesi. Oh, quell’attesa! Trascorsero due ore, forse tre, e non esagero se dico che furono secoli, perché il tempo, quando si soffre, smette di scorrere e si addensa, vischioso, con ogni minuto incollato all’altro. Fissavo l’orologio, mi voltavo dall’altra parte, lo fissavo daccapo, e le lancette non si erano quasi spostate. I farmaci non servivano. Anzi, facevano di peggio: mi tenevano appeso all’illusione, mentre il tormento nel ventre cresceva, metodico, implacabile, come un creditore sicuro del fatto suo.
Lo richiamai. Stavolta non ebbe esitazioni: dovevo farmi ricoverare al pronto soccorso, e subito. Dal tono, più che dal discorso, intuii che bisognava fare presto. Di quel tragitto conservo solo brandelli, come di certi sogni che si sbriciolano appena li si tocca: un portone a vetri, un ascensore, una luce al neon che ronzava, l’acre sentore del disinfettante. La diagnosi fu immediata, quasi brutale nella sua rapidità: pancreatite acuta. Un nome solenne e freddo, di una certa eleganza, che giudicai troppo raffinato per un patimento tanto primitivo. Ero gravissimo. Trascrivo questo aggettivo con la tranquillità di chi l’ha scampata, eppure, a rileggerlo, mi si chiude lo stomaco, perché in quel frangente non riguardava uno sconosciuto di cui parlano i giornali, ma me, proprio me, che mi preoccupavo unicamente di arrivare puntuale al lavoro.
Mi sistemarono nel reparto di Medicina, dove i medici avviarono la cura con una tempestività di cui più tardi avrei misurato il valore. Due flebo, innestate nei miei avambracci, mi sovrastavano, quiete e trasparenti, e versavano nelle vene il loro liquido goccia a goccia. Rimasi lì sette giorni e sette notti. Detto così sembra poco, una settimana come tante, di quelle che si consumano senza peso; ma in una corsia ogni giorno pesa come una stagione intera, e le notti non si attraversano, si subiscono. Contavo le gocce. Le contavo senza scopo, per accertarmi che lì dentro non si fosse fermato ogni movimento. Dal corridoio giungeva un andirivieni sommesso, un carrello cigolava, poi ricadeva il silenzio. E il male, nel frattempo, aumentava. Aumentava a poco a poco, con una lentezza astuta, allargandosi a raggiera dalla nuca alle caviglie, finché non rimase lembo di me che non gli appartenesse.
Poi venne la notte del quarto giorno. Malgrado la terapia, la temperatura salì oltre i quaranta gradi, e fu come se mi avessero acceso un braciere sotto le costole. La vista si annebbiò, e mi si impresse un’immagine indelebile: la stanza diventò rossa. Rosse le pareti, rosso il soffitto, rosso il chiarore che filtrava dallo spiraglio dell’uscio, rosse perfino le mie unghie; un rosso cupo, torbido, simile al riverbero di un incendio remoto che nessun altro scorgeva. Tentai di stringere il pugno, invano, e nemmeno le dita mi obbedirono. Lo strazio era giunto al punto che nessun arto mi rispondeva più, e giacevo come un fagotto abbandonato, dentro il quale c’ero io, spettatore attonito. Pensai allora che la fine era arrivata. Non lo pensai urlando, né disperandomi: lo pensai con una calma che, a ripensarci, mi inquieta assai più di qualsiasi sintomo, come si constata che fuori piove.
Ma la stranezza vera fu un’altra: nelle ore successive, nonostante la febbre altissima, ero lucido. Mai la mia mente era stata così limpida. Staccata dalla carne che bruciava, procedeva con una chiarezza feroce, e sapete dove andava? Non tanto al buio verso cui scivolavo, e neppure a me: andava soprattutto alle persone e alle cose più care, a tutto ciò che in quel momento ricordavo e amavo. Le vedevo sfilare in processione, facce e gesti che avevo dato per scontati, e persino oggetti modesti che, evocati, si accendevano come se avessero un’anima. Per ciascuna mi assaliva un identico spavento: il terrore di perderla per sempre, di non poterla più rivedere. Credetemi, si ama davvero solo sull’orlo dell’addio; prima ci si limita a convivere, dandosi il buongiorno senza alzare lo sguardo. Per anni mi avevano circondato, e scoprivo di amarle, tra quelle lenzuola arroventate, con un’intensità che mi disarmava. E una consapevolezza mi trafisse: avevo posseduto un tesoro, e l’avevo speso come spiccioli, distrattamente.
Mia moglie mi stava accanto. Piangeva senza riuscire a frenarsi, come se fossi già morto. E io, che pure traboccavo di tenerezza, la cacciai via. Le parole che usai le ho dimenticate; so che fui aspro, benché parlassi in un sussurro. Vorrete sapere perché. Me lo chiedo tuttora, e la risposta varia di continuo. Forse fu orgoglio, quell’orgoglio stupido e indomabile che in noi tiene duro quando tutto il resto si è già arreso. Forse fu pietà, per lei o per me. Ma il motivo autentico, credo, è un altro: non sopportavo di assistere al mio funerale. Quelle lacrime mi seppellivano. Ogni singhiozzo era una palata di terra gettata su di me, e io, con gli occhi spalancati, non volevo che mi si calasse nella fossa, tanto meno che fosse lei a farlo. Cacciandola, ho l’impressione di aver cacciato via la morte in persona, o comunque l’opinione che tutti si erano già fatti di me: uno spacciato.
Verso l’alba mi trovai nella fase più acuta della malattia, in quel luogo estremo dove si gioca la partita decisiva, e lì sentii due voci disputarsi la mia sorte. La prima, fioca e dolcissima, mi suggeriva di lasciarmi andare: avevo combattuto abbastanza, e cedere non sarebbe stato una vergogna. La seconda era rozza, priva di ogni grazia, e ripeteva un solo verbo: alzati. Decisi di reagire con la forza del pensiero, l’ultima a non avermi tradito, e pensai di alzarmi per andare in bagno. Ridete pure, signori. Un moribondo che, per sentirsi vivo, sceglie come impresa suprema una visita al gabinetto: c’è materia per una commedia, lo so. Ma quella meta, per me, in quell’ora, era distante come un altro continente, e valeva più di tutti i traguardi della mia carriera. Cercavo di provare a me stesso che non era ancora finita, perché sentivo di poter reagire, se non con i muscoli almeno con lo spirito, e che se lo spirito avesse voluto con sufficiente tenacia, le gambe lo avrebbero seguito.
Mi alzai o, per essere esatto, mi sollevai a pezzi: prima il busto, poi le ginocchia, con gesti lentissimi, come un vecchio decrepito. Nessuno accorse, e io non chiamai nessuno: anche questo rientrava nella sfida. Toccai con i talloni il pavimento gelato. Barcollavo, e tutto oscillava come il ponte di una nave, mentre alle mie spalle, legata alle braccia dai tubicini delle due flebo, veniva l’asta. La trascinavo come un forzato trascina la sua catena, con una differenza, però: la mia catena mi nutriva. Le rotelle stridevano, le sacche dondolavano sopra di me, gli aghi tendevano la pelle a ogni passo, e ogni passo era una battaglia vinta contro un nemico invisibile. I servizi erano lì, a pochi metri, dentro la camera, e per raggiungerli mi occorse uno sforzo immane; avanzavo reggendomi a ogni appiglio, e nessun viaggio, prima o dopo, mi è mai costato altrettanto.
Tornai a letto stremato, con il sangue che mi martellava nelle tempie. Ma avevo reagito! E già questo, ben prima che le membra se ne accorgessero, mi faceva stare meglio: dentro di me si era allentato un nodo che ignoravo di avere. Mi misi a pregare. Non saprei riferire quel che mormoravo; forse non erano frasi, ma un suono più elementare e più antico di ogni linguaggio, la supplica di chi non ha altro da offrire se non sé stesso. E mentre pregavo mi addormentai di colpo, sopraffatto dalla stanchezza, come un bambino sfinito.
Al mattino avvertii, all’improvviso, un leggero miglioramento. Era un sollievo minimo, e sulle prime non osai crederci, per timore che a nominarlo svanisse. Era come respirare piano piano, a brevi sorsi: il fiato, che durante la crisi avevo dovuto conquistare a stento, si riaffacciava timidamente. E così, giorno dopo giorno, con il coraggio che non volevo più smarrire, con la brama di vivere che prevaleva sullo sgomento, e con la terapia che proseguiva, il malessere si convertì molto lentamente nella totale guarigione.
Era incredibile, e il mio medico me lo confermò con la flemma di chi recita un bollettino: «Una ripresa come la sua riesce in due casi su cento». Due su cento! Lui pronunciava quei numeri con la precisione di un chirurgo, e aveva ragione, perché l’aritmetica non sbaglia mai; ma io, ascoltandolo, presentivo che in quel due si celava un mistero che nessun calcolo poteva contenere. Quel mistero era: ALZATI! Al di là della statistica, ero convinto che fosse stata innanzitutto la grandissima voglia di vivere ad aiutarmi mentalmente a tirare su questo mio corpo, schiacciato da una fatica smisurata. Magari quei due su cento si sono detti, come me: alzati, reagisci, vivi! Mi figurai gli altri novantotto, uomini e donne impauriti quanto me, che non ce l’avevano fatta. Io invece ero sopravvissuto. Perché io? Non lo so. Questo però lo so: la mia esistenza, che consideravo un diritto, era un dono.
Quando mi dimisero e mi ritrovai in strada, la gioia di vivere era tale che per un istante restai stordito; poi, per rifarmi, trassi un respiro lungo, lunghissimo, il più ampio che i miei polmoni avessero mai accolto. L’aria era fresca e aveva un profumo. Un profumo! Non sapevo che l’aria avesse un odore suo; cioè, lo sapevo, ma come si sanno le nozioni imparate a scuola. Mi avvolgeva, e io la assaporavo come non mai, la trattenevo nel petto, temendo che me la togliessero. Avevo voglia di camminare per ore, senza una direzione, io, che della fretta ero stato lo schiavo. E guardavo. Dio mio, come guardavo! Incrociavo le persone, con i loro visi segnati o assorti, le borse, le scarpe logore, il modo in cui si scansavano a vicenda; e poi c’erano le cose, le finestre dei palazzi, le macchine in sosta, l’intonaco scrostato dei muri, il cielo sopra i tetti. Tutto mi pareva nuovo, come se anche il mondo fosse stato dimesso insieme a me.
Rientrai a casa a piedi. Ricordo che, all’uscita dell’ospedale, la sete di esserci era tanta che ogni angolo mi appariva in festa; e durante quel percorso si compì l’episodio più umile di questa storia, quello che più di tutti mi ha cambiato. Stavo per posare il piede e mi bloccai. Lì, a un palmo, c’era una piccola fogliolina verde, tenera, nata da una pianta sul bordo del marciapiede, e il sole la accarezzava con un raggio obliquo, come una mano posata su una guancia. La contemplai, rapito. Chissà in quanti l’avevano sfiorata senza vederla; io ero stato il primo di quei ciechi, e non solo con le foglie. E mi resi conto, con una certezza vertiginosa, che anche quella foglia era una vita. Minuscola, sì, ma una vita, che aveva lottato per spuntare e per resistere, facendosi largo tra la polvere e le suole frettolose della gente, che aveva inseguito il sole con l’ostinazione con cui io, in quella notte, avevo invocato l’aurora. Eravamo due superstiti, lei e io. Deviai con cautela, e la fogliolina restò dov’era, intatta. Un passante mi avrebbe preso per matto, un convalescente pallido che fa il giro largo intorno a un filo di verde; e io, per la prima volta, ne sarei stato fiero.
Ecco la verità che vi avevo promesso fin dal titolo, e vi prevengo: è semplice, così semplice che molti sorrideranno. Anch’io, prima, avrei sorriso: ne sapevo quanto si sa, per sentito dire, di una città mai visitata. Adesso so com’è fatta, vicolo per vicolo. Da questa triste esperienza oggi ringrazio più che mai Qualcuno per avermi aiutato a capire che la vita va vissuta attentamente in tutti gli attimi, con gioia, con amore e con grande rispetto per gli altri e per tutte le cose del creato:
questa è la Felicità.
Pippo
Grazie Pippo per il Tuo Immenso Regalo
giorgio
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Ciiao Pippo,
questa mattina, complice anche il tempo grigio, mi hai fatto scendere delle lacrime per la tua storia molto commovente, che grande ammirazione che provo per la tua persona!!
Come vedi è la forza d’animo e il crederci sempre che ci porta soluzioni positive. La felicità esiste ma ci ostiniamo ad apprezzare la
vita solo quando ci accorgiamo che sta per abbandonarci. Bravo Pippo!!!!
Rosalba
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