
L’ Elogio del Fallimento
L’ Elogio del Fallimento
&
l’ Assioma dell’ Errore
Il termine fallire proviene dal latino fallere, che significa ingannare. Quando fallisco, non perdo io di valore. Cade l’illusione che mi ero costruito: non era il momento giusto o maturo. Ognuno di noi nutre aspettative, ma evidentemente esistono momenti migliori e giusti. Ma chi mi credo di essere, umano o onnipotente? Se sviluppo il delirio di onnipotenza, prima o poi mi trovo a dovermi confrontare con la magnificenza del mio essere umano errante, col mio limite, se di limite si può parlare.
Caratteristica dell’uomo è il limite, ma è davvero limitante essere uomo? E se invece fosse quel limite la sua vera autenticità? Il concetto di limite nasce sempre attraverso il confronto con gli altri. Pertanto, siamo condannati a sentirci sempre falliti, se il confronto diviene la regola primaria. Ma comunque, di cosa mi meraviglio? Nel fallimento incontro l’ombra della mia realtà, come un aereo in atterraggio. Senza il fallire, non sarei spronato, ispirato e spinto a rimettermi in gioco, non crescerei: è questa forza, che diviene ginnastica dal cadere al rialzarmi, a determinare l’emancipazione, frutto di migliaia di fallimenti. Ma questa è la vita, è la vita della psicologia di tutta l’età evolutiva. Chi pretende di non fallire pretende il piatto pronto.
Il fallire dipende molto dalla mancanza di ulteriori e adeguate informazioni, dall’assenza di nuove conoscenze e di strategie di nuove reazioni. Non posso pretendere differenti risposte con relativi cambiamenti, nutrendomi delle stesse informazioni.
Per non fallire, devo riuscire a spostare il mio punto di vista, essere elastico nel pensiero e percorrere nuove strade, nuovi territori conoscitivi, con nuovi orientamenti, e non perdere tempo nel paragonarmi agli altri!
Quando faccio finta di sapere già tutto, vivo da svantaggiato, sono bloccato sul mio start, ai margini di un parcheggio, non parto mai, resto nel pressappochismo, da mediocre, sono a rischio di sbandamento, prigioniero dei miei dogmi, dei quali ignoro l’esistenza. Quando ragiono solo, sono intrappolato nei miei schemi, sono già fallibile e a breve verrò deluso, perché vedo e non sento ciò che è più grande della mia ragionevolezza: il mio sentire.
Tra l’altro, la regola comune è quella di ragionare, conoscere, imparare e riuscire, ma senza la libertà di poter sbagliare, fallisco!
Quando sbaglio, è perché non conosco; quando non sbaglio mai, significa che non voglio sapere. Se conosco, vado oltre la tradizione; se erro, mi ribello al fanatismo. In Afghanistan, dove è stata vietata alle donne la frequenza universitaria, il non sapere consolida la tradizione, l’idiozia e l’ignoranza. Negandomi l’errore, sono un moralista statico, annoiato, severo con me e con gli altri, un bigotto fanatico che abita la caverna degli stereotipi, un conformista, antievoluzionista, nemico del progresso. Il progresso si nutre di errori: faccio del mio successo la certezza di aver sbagliato tanto e di essermi abbeverato all’amaro dei pugni in faccia, e che la mia vita non è stata per niente facile.
Solo se cammino prendo scivoloni e inciampo nelle buche. Se mi infosso, mi imbratto e mi infango, ho la certezza di camminare. Se sto fermo, non sbaglio, perché evito i problemi: l’errore è fatto da chi si afferma, da chi affronta la vita di petto. Se invece evito di sporcarmi le mani, come per lavare i piatti, non pulisco e non vivo il quotidiano. Domandati se hai mai lavato i piatti! Posso brillare se ho il coraggio di metterle nello sporco, per toccare e rimuovere le incrostazioni e i cattivi odori. Ogni cosa ordinata parte attraverso la rimozione di un caos; un problema è un disordine.
Penso alla ristrutturazione di una casa o alla bozza di un testo, che trovano la loro origine in frullati di pensieri e di parole tutte apparentemente inconcludenti e sconclusionate.
Se resto sereno col tema del fallire, vivo meglio: do per certo che l’incontro con gli inciampi e con le ricadute sia del tutto normale, anzi, che rappresenti un’opportunità di rilancio. Quale pretesa posso avanzare, non conoscendo un territorio, di non sbagliare strada?
Vivere è errare. L’errore è vitale e inevitabile, perché senza di esso la vita non può evolversi su nuove prospettive: è una «conditio sine qua non». Volente o nolente, questa condizione di fatto è irremovibile, anzi, essa è una certezza. L’errore è il mio complice, è il mio compagno di viaggio, timido e fidato: se lo guardo negli occhi e non lo schivo, mi sorride e mi dice: «Stai zitto, lo sappiamo io e te, hai fatto una cazzata, non lo diciamo a nessuno». L’errore si rivelerà, in seguito, sempre l’ingrediente fondamentale di qualsiasi apprendimento.
Non si può pretendere che un piccolo bambino, eccitato dai suoi primi passi, non debba cadere o farsi male, piangere, rialzarsi e sorridere, desideroso subito dopo di camminare e magari di ricadere ancora, come per gioco.
Una partita di calcio sarebbe inimmaginabile senza cadute ed infortuni: essa è fatta di ripetuti falli, di capitomboli ed incidenti, e non per essi viene sospesa o non si gioca. Quante azioni, mille volte su e giù per il campo, e quanti tentativi ed errori prima di fare GOL!
Prendere la vita come un gioco mi rende convincente e tenace nel da fare e nel rialzarmi: questa modalità mi lascia intravedere il fallimento come un’occasione per sfidare le avversioni e continuare.
La sommatoria di irrinunciabili e ripetute ricadute mi rende migliore, mi predispone ad una maggiore stabilità, ma anche ad altri nuovi errori e a nuovi progressi. Errori, instabilità, sicurezza, stabilità sono in circolo, non finiscono mai nel ciclo della vita.
L’errore è un assioma: esso è il cardine delle scienze esatte, che procedono attraverso un percorso irto di ostacoli e di perdite di tempi apparenti, per approdare raramente ad un sospirato finale risultato relativo, che riapre ad altre ricerche costituite da altri inciampi ed errori.
Sapere che questo confronto con i limiti è normale mi acquieta, non mi scoraggia, perché l’esistenza è questa, è fatta così: è come saper prendere il vento per galoppare l’onda, sotto la corrente, seguire la sua scia, cadendo e ricadendo, per poi risalirla. La prima vittoria alla quale vengo chiamato è rialzarmi.
Il fallimento mi impone sempre di guardare oltre. Non ci sarebbe se non ci fosse un obiettivo ben preciso da raggiungere: ogni fallimento presuppone la presenza di una meta non soddisfatta. Ma alla base esiste sempre una motivazione verso un progetto o un bisogno di autorealizzazione: la fatica nel superare il fallimento dovrà far affidamento continuamente su questa motivazione.
Paradossalmente, il fallimento dovrei ricercarlo, perché forgia, matura portando a oltrepassare i limiti dell’instabilità e delle incertezze. Sarebbe fuori luogo dover riuscire in una impresa ai primi tentativi: sarei già un esperto o un santone.
Mi stabilizzo e cresco, errore dopo errore; in tal senso, ogni fallimento sarebbe un successo, perché la direzione è quella del progresso personale ed ogni progresso possiede una regressione, un andare indietro per tornare avanti.
Il fallimento ha una caratteristica eccitatoria: è carico di delusioni, tentennamenti, rabbia e conquiste; può rappresentare per me uno stimolo, una forza propulsiva di caparbietà, una sfida contro l’ovvio, verso la realizzazione della mia idea.
Se mollo dinanzi al fallimento, spero, mi muovo in modo passivo, mi adopero a casaccio o per tentativi; se invece fallisco convinto di riprendere, mi arrabbio, mi ostino e ci riprovo, batto i pugni, divento più forte, avanzo a trotto, bado a temperarli, credo e mi impegno su ciò che voglio realizzare, sulla potenza della mia abilità palestrata.
Fallendo, ho la rabbia e la grinta tutta dalla mia parte. Se spero, fallisco prima: parto male, col piede sbagliato, inciampo di sicuro, sono demotivato, la mia iniziativa tentenna, sono titubante e frenato, barcollo, parto da perdente; se credo, fallisco bene e vinco prima con la mia ostinatezza: parto determinato, col passo deciso e felpato, avanzo, cado e mi rimetto in perpendicolare, riparto convinto che sarà dura, ma il mio coraggio è in corsa verso la meta.
Ogni fallimento determina una sollecitazione alla lotta contro le minacce e le intemperie e tutto quanto è avverso ed oppositivo; combatte il decadentismo, l’accidia e il lasciarsi andare. Ha la voce del «non ce la faccio», ed è il verdetto spiacevole che l’invidioso, il competitivo, chi complotta e l’arrogante si augurano per me.
Il fallimento pone un continuo confronto con la paura di sbagliare e di fare cattive figure, di essere giudicato, ma è meglio vivere sbagliando che sbagliare non vivendo, senza provarci. Il non provare è dettato dal ripensamento, è la messa in folle della vita, la mancanza di azione, è resistere alla tentazione di lanciarmi verso la novità, è pensarci a lungo in un immobilismo che non agirà mai alcun tentativo o cambiamento.
Se fallisco e riprovo ancora, sono già vittorioso rispetto a chi si ferma: sperimento di me sia il limite sia, nello stesso momento, il suo superamento.
Spostarmi dal fallimento al tentativo di volerci riprovare fa la differenza con chi già vive in pensione. Divento superiore alle mie debolezze, opero un salto enorme di qualità, di coraggio per riprendere il volo. Quando faccio il passaggio dal fallimento all’azione, snobbo tutti, perché da fallito sono convinto di non avere più bisogno dei consensi altrui. Così, fallito, riparto da solo e per questo sono già un vincente: non dovrò più dare conto a nessuno, non subirò le loro apprensioni o le loro invidie, sarò in grado di modificare il mio destino, perché mi troverò finalmente di fronte a me stesso, più concentrato che mai e meno distratto dagli altri, in controcorrente.
L’inizio di qualsiasi percorso è sempre accompagnato da confusioni ed equivoci, da un presente relativo, tutto contraddittorio. Il nuovo è un concentrato e un contenitore di impurità, di sbagli ed imperfezioni, è un mistero sconcertante ma affascinante, mi disorienta e mi lascia riflessivo. Fintanto che non viene inquadrato, resta approssimativo, rappresenta il nulla, ma da lì a poco potrebbe svelare un grande, meraviglioso tesoro, perché il fallimento è come una miniera fatta tutta da detriti che celano chili d’oro.
Per questo è importante saper fallire. Il presuntuoso che è in me, quello che non vuole fallire, è perfezionista, ha già tutta la pretesa di sapere tutto, è un tuttologo, ma di fatto non possiede nulla, perché solo la passione determina la resistenza nella fatica e alla lotta che permettono di sfondare e di vincere.
In tale prospettiva, quando cado e non mi scoraggio, procedo, cresco, perché consolido dal fallimento chi sono. Imparare con umiltà a fallire serve a ricordarmi che siamo tutti umani, e a diventare un po’ più saggio, esperto e colto. Perseguirlo, invece di aggirarlo, è lottare per me e per una società migliore.
Qualsiasi situazione che procede per il verso facile e per la pappa pronta, che non conosce sforzi né audacia, ha l’opportunità di non farcela e di finire la sua corsa. Non potrà mai esserci una vittoria col vincere facile, senza una strada stretta e tortuosa, irta di dossi, buche, dirupi e lotte, cadute e ricadute che facciano da braccio di ferro con la vita; senza la lotta non do senso a nulla, non c’è gusto a vincere, tutto perde di valore e di significato.
Ci sono giorni in cui sbaglio di continuo, non trovo la mia via, mi sento perso e solo, intorno vedo buio e non so come fare luce. Mi faccio largo tra i miei interrogativi e scopro che il buio non è un non luogo.
Intanto vivo in una società che celebra il traguardo, il prodotto finito, decorato e impacchettato, pronto per essere mostrato: esibisce il risultato e nasconde la produzione. Vedo il trenta e lode festeggiato, non vedo i rinvii, i pianti, i giorni di crollo, l’ansia prima di ogni appello; vedo l’auto nuova del collega, lucidata e parcheggiata accanto alla mia, non vedo i mutui, i risparmi, le indecisioni, gli straordinari strappati al divertimento e ai figli. Colgo un attimo e lo scambio per una vita intera. Anche la mia vetrina mente: chi mi vede condurre un gruppo nota la disinvoltura, non gli anni di studio, tirocini, esami, supervisioni. Una società così mi allena a vergognarmi dei trucioli. Mostrare anche il percorso diventa indispensabile: soltanto così ciò che ho attorno torna vero.
In natura sono un animale fallito dalla nascita. Molti mammiferi, poche ore dopo il parto, si reggono già sulle zampe; io, per formarmi completamente, non avrei avuto bisogno di nove mesi di gestazione, ma di ventuno. La mia venuta al mondo è, in sé stessa, un fallimento biologico: un prematuro di specie, una creatura che urla, che non regge la testa, che dipende da due braccia per non morire in una notte. Eppure è proprio qui che si manifesta il miracolo. Per anni ho balbettato sillabe storte come un provetto idiota, e da quello spettacolo sconfortante sono nati l’intelligenza e lo spirito critico che mi distanziano anni luce dall’agilità delle scimmie, dalla velocità dei felini. L’onnipotenza è la coperta che mi sono cucito addosso per non sentire il freddo delle origini.
A volte l’errore sa di me più di quanto ne sappia io. Mi scappa a tavola il nome sbagliato, dimentico le chiavi proprio la mattina dell’appuntamento che temevo: lapsus, atti mancati, crepe da cui l’inconscio mette fuori la testa, la prova che l’anima ha una vita propria e che, quando serve, parla al posto mio.
Certi fallimenti riescono benissimo: lo studente bocciato tre volte nella facoltà scelta dal padre, il manager che arriva tardi al colloquio per la promozione, lui che in vita sua non ha mai tardato di un minuto. Non sono incidenti: è il desiderio che sabota il mandato per salvarsi, una strategia della psiche, un dialogo compiuto. Protegge l’unica forza che mi permette di andare avanti, l’unica stella da cercare nelle notti insonni. Non mi perdonerei una cosa sola: aver rinunciato al mio desiderio per non deludere qualcuno.
Il fallimento scarcera anche le esistenze squarciate dal dolore, dall’umiliazione, dalla rabbia, dal giudizio verso chi le ha ferite. Succede a chi, diventato genitore, si sente uscire di bocca le parole che a quindici anni aveva giurato di non ripetere mai: in quell’istante il processo al padre si chiude e il rancore perde i denti.
La vicenda storica di Gesù si chiude con un fallimento squallido, la croce, patibolo da schiavi, e quel legno oggi svetta su ogni campanile.
Tempo fa mi regalarono un puzzle di mille pezzi: la volta della Cappella Sistina, con la creazione dell’uomo al centro. Sono passati quasi due anni e ho messo insieme solo il bordo. Ogni tanto lo contemplo sul tavolo del soggiorno; quando mi prende il rimorso, ci rimetto mano: altre due, tre tessere, poi niente per settimane intere. Nei miei vaneggiamenti me la prendo persino con Michelangelo: magari si fosse fermato ai contorni di quel soffitto straordinario, oggi sarei a posto, al massimo con qualche tassello avanzato, ma con la coscienza in ordine. Da qualche giorno però quella incompiutezza mi dà fastidio: rispecchia le cose della mia vita che non si sono compiute, di cui è rimasta solo la cornice. Mi indispone al punto che cresce la tentazione di smontare tutto e nascondere quel limite in fondo a un armadio, pezzi e scatola. Nessuno se ne accorgerebbe. Nessuno, tranne me, che con le mie sconfitte devo fare i conti ogni giorno, parlarci, gestirle, ridare loro un senso. Le mie disavventure, le mie colpe, anche le più gravi, mi interrogano sempre: un fallimento sepolto non muore, batte sotto le assi del pavimento, sordo, finché non mi costringe a sollevarle.
Il puzzle è rimasto lì. L’ho rispolverato, e il mio vero desiderio è finirlo. Sbaglierò a mettere i pezzi, sostituirò la mano di Dio con quella di Adamo, fino a trovare l’incastro esatto. Forse passerà altro tempo, forse mi basterà quel frammento d’infinito che mi è concesso per risollevarmi, prendere fiato e tornare a essere libero.
Lo dico a me, e a chiunque mi chieda aiuto: non puoi guardare l’orizzonte se non attraverso gli ostacoli. Fallisce, non chi non vince, ma chi evita di perdere e di sbagliare. Chi regge al fallimento ha la vita ricca e ha già vinto.
Giorgio Burdi
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