
in un tempo in cui gli eventi storici assumono proporzioni epocali e la minaccia di un nuovo conflitto globale incombe come un macigno sull’umanità, diventa urgente affermare un nuovo manifesto che ricordi drasticamente, senza compromessi, senza ma ne però, l’ uomo chi è.
Questo parole, sono un grido che si fanno imperativo e nascono dalla necessità di voler restituire all’essere umano, la sua dignità originaria ed assoluta, in questo periodo in cui assistiamo alla dissoluzione, alla svalutazione e alla perdita del senso e delvalore umano.
Questa è la società più discriminante della storia, perché tutto in essa è costruito per dividere, eliminare, per classificare, per stabilire chi conta e chi no. Il mondo intero funziona come una macchina di esclusione: si classificano nemici, si ergono barriere, si tracciano linee tra sudditi e predatori, come tra le bestie ci si sopprime.
Anche il diagnosticare selvaggio, si pone nello stesso movimento, anzi alle volte lo fomenta, penetrando nell’intimità del soggetto, colonizzando la sua sostanza, classificandolo funzionale o disfunzionale, si dispensano marchi discriminanti.
La causa di ogni male e disastro umano è la discriminazione: da essa scaturiscono la violenza, l’odio, la guerra, la schiavitù, la repressione i genocidi, siamo impazziti e la la follia umana diventa formazione che si estende a macchia d’ olio.

La discriminazione è il veleno che contamina le radici dell’esistenza, la legge cieca che ha governato la storia, la forza che corrode dall’interno l’essere umano fino a renderlo un guscio senza anima. E se queste parole possono sembrare deliranti, la verità é che il vero delirio è la realtà che viviamo: una realtà che ogni giorno divide, umilia, svaluta, incatena è in guerra. Il vero delirio non è pensare a questa condizione, ma fare diplomazia manifestare questa forma di contestazione educata, non essere più tolleranti con tolleranza verso l’infamia che ci circonda.
Abbiano necessità di riscrivere un manifesto a vantaggio dell’ uomo, contro le definizioni, nessuna categoria, nessuna discriminiazione, nessuna etichetta, nessuna diagnosi, nulla di ciò potrà mai sostituire l’uomo il suo valore e la sua dignità nella sua interezza, che resta e resterà l’unico valore assoluto.
Discriminare, sul piano diagnostico. di quello accanito e selvaggio, è il più sofisticato e terribile strumento di oppressione che l’uomo abbia mai creato, perché non si presenta con la brutalità delle armi, né con la violenza urlata delle guerre, ma con la calma diplomatica e glaciale delle parole che pretendono di curare. Non è un colpo che squarcia la pelle, non è una catena che lega le mani, è una sentenza che si insinua sotto pelle, nella coscienza e diventa identità.
Quando un soggetto viene inquadrato da una diagnosi, smette di essere guardato come individuo irripetibile e inizia a essere trattato come caso clinico, come disturbo, come patologia e difetto. Non è più voce, ma sintomo. Non è più persona, ma scheda. Non è più volto, ma codice. E quale condanna è più devastante di questa, che non separa i corpi ma intacca l’anima, che non divide i popoli ma mutila l’intimità di un singolo? Se creiamo tanti di questo tipo, creiamo eserciti discriminati, squadroni di guerra.
Ci si illude che questa modalità serva ad aiutare, si dice che la diagnosi sia necessaria per curare, ma quale cura può nascere dall’umiliazione? Per curare è necessario calarsi nella storia del soggetto, illuminare le ombre e sbrogliare i nodi e le matasse. Quale speranza può radicarsi in chi viene definito non per ciò che è, ma per ciò che altri hanno deciso che sia? È come dire a un uomo che il suo nome è stato cancellato e sostituito da un marchio, è come togliere le ali a un rondine e pretendere che voli, è come spegnere il fuoco di una torcia e ordinargli di illuminare.
La diagnosi diventa pelle, diventa ossa, diventa sangue: si finisce per crederci, per pensarsi malattia prima ancora che vita, per ridurre la propria esistenza al perimetro di una classificazione pronunciata da altri. È questa la discriminazione più radicale: non escludere dall’esterno, ma imporre dall’interno, non fermare i corpi, ma cristallizzare la coscienza.

Il dramma non si ferma qui. Questa discriminazione non ha il volto feroce del tiranno, ma quello composto del professionista che parla con tono pacato e cattedratico, che compila con ordine, che firma con mano ferma. È una discriminazione educata, razionale, vestita di autorevolezza, legittimata da titoli, manuali e protocolli, accolta persino come gesto di civiltà. Non urla, ma decide. Non ferisce con il ferro, ma con il certificato. Non impone con la forza, ma con il consenso, dove la differenza dell’ altro diviene il suo potere. È qui che la violenza raggiunge il suo grado più alto: quando non viene più percepita come violenza, ma come normalità.
Quando il soggetto stesso interiorizza la condanna e inizia a chiamarla verità. Ci sono molti pazienti che entrano in studio per la prima volta dicendomi: io sono un bipolare, non, ho la sindrome bipolare. Così la diagnosi diventa non solo un segno esterno, ma un’impronta interiore di identità, un tatuaggio invisibile che si segna la coscienza e accompagna ogni gesto. Ci si sveglia al mattino e ci si ricorda di non essere semplicemente uomini, ma schede sanitarie. Ci si guarda allo specchio e non si vede un volto, ma un referto. Si pensa e si parla solo di quello e ogni parola sembra confermare la categoria in cui si è stati collocati. Non c’è via d’uscita: l’etichetta diventa un corridoio chiuso, un muro che non si può scavalcare, una sentenza senza appello.
E non basta dire che la diagnosi serva a curare, perché il paradosso è evidente: come può esserci cura se l’effetto primo è la demolizione della dignità? Come può nascere guarigione se l’esperienza immediata è sentirsi ridotti a difetto? Non è forse questo il più grande inganno? Curare dichiarando di voler salvare, ma in realtà annientare. È un inganno lucido, sistematico, che prende il dolore vivo e lo trasforma in identità fissa, che prende l’uomo e lo riduce a disturbo, che prende la possibilità e la sostituisce con un verdetto. E chi subisce questo processo si ritrova a camminare come un condannato a vita: non serve la prigione, perché il carcere è diventato interiore. Non servono catene, perché la catena è la convinzione di non poter più essere altro. L’ unica speranza che ha è nel dialogo psicoterapico.
Un adolescente che riceve un’etichetta non si sente più ragazzo con energie da scoprire, ma soggetto problematico che deve controllarsi. Una donna che attraversa un periodo di dolore non si sente più persona, ma disturbo, e ogni sua lacrima diventa prova di malattia. Un anziano che soffre di solitudine non si percepisce più come storia da ascoltare, ma come caso da trattare. Così la diagnosi non è mai neutra: sottrae, riduce, incarcera. E la società applaude, convinta che questo sia progresso.

In realtà è il trionfo della discriminazione, elevata a sistema, travestita da scienza, legittimata dalla razionalità. È la discriminazione più subdola e potente, perché non si limita a escludere, ma insegna all’individuo a escludersi da sé stesso. Gli fa credere che il marchio sia naturale, che il limite sia giusto, che la condanna sia verità. Questo è il suo potere devastante: trasformare la violenza in norma, la riduzione in linguaggio quotidiano, la discriminazione in ordine. E allora bisogna dirlo senza esitazioni: la diagnosi, quando si fa identità, non è mai cura, ma la più radicale forma di oppressione. È la razionalità che si fa tirannia, la scienza che si fa gabbia, la parola che si fa lama. È un atto di dominio che non ha più bisogno di eserciti, perché governa direttamente dentro le coscienze. E il vero delirio non è denunciare questa verità, il vero delirio è vivere dentro questa realtà e chiamarla normale.
giorgio burdi
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