
L’albero delle ciliegie
Da piccoli ci hanno insegnato l’educazione: regole implicite, silenziosamente condivise, tacitamente accettate. Ringraziare sempre. Sorridere. Aiutare. Essere presenti. Non arrabbiarsi, non disturbare, non occupare troppo spazio. Rimpicciolirsi, pur di entrare nell’altro senza essere ingombranti.
Per gran parte della vita seguiamo questi schemi, convinti che essere buoni significhi comportarsi così. Perché “così si fa”, perché “è giusto così”.
E intanto viviamo giornate in cui ci adattiamo, ci modelliamo, incanalando la frustrazione dentro di noi.
Non pensiamo per noi stessi, non ci ascoltiamo davvero: giochiamo con le regole dell’Altro.
Noi e l’altro diventiamo così intrecciati che, a un certo punto, non sappiamo più dove finiamo noi e dove comincia lui. E ci smarriamo.
Allora arriva la frustrazione.
Ci sentiamo trascinati dalle situazioni invece di viverle, incapaci di assaporarle, spettatori stanchi della nostra stessa vita. Scarichi, spenti, mossi da fili invisibili, marionette di un ventriloquo silenzioso.
Tutto perde sapore, ogni esperienza sembra identica alla precedente, ripetitiva, stantia.
Perfino la luce diventa monotona, il gusto della vita sfuma. Se un bambino viene costretto a mangiare una ciliegia, anche la più dolce, quella stessa ciliegia finirà per sembrargli insipida.
Così diventano le nostre esperienze, le nostre amicizie, le nostre relazioni: frutti imposti, privi di autenticità.
L’alienazione dell’unicità.
E a un certo punto, tutti i frutti che vediamo ci sembrano marci. Questo accade perché non riusciamo ancora a vedere la luce dentro di noi. Non riconosciamo la bellezza della nostra unicità, la meraviglia semplice dell’essere ciò che siamo davvero.

Finché non iniziamo a chiederci:
“Cosa voglio davvero?”
“Come vivo le situazioni che incontro?”
“Cosa non mi piace di ciò che continuo ad accettare?”
Solo allora, lentamente, iniziamo a sollevare i veli, a spogliarci delle sovrastrutture che ci hanno accompagnato per anni. Iniziamo a sentire, a scegliere, a dire di no. E, passo dopo passo, torniamo all’albero.
Lì, finalmente, possiamo assaporare quelle stesse ciliegie che prima ci avevano solo nauseato e scoprire che, quando siamo liberi, tornano ad essere dolci.
-Da il numero uno e il numero due dello psicoterapeuta Giorgio Burdi-.
Quanto è bello scegliere.
Anche se all’inizio fa paura, anche se porta con sé rotture e distacchi. Perché scegliere significa imparare a dire no, a esistere davvero, non solo a coesistere.
Significa tornare a essere Tu, pienamente, senza più nascondersi.
Scegliere è risplendere.
Ma per risplendere bisogna prima togliere gli ostacoli, le maschere, i rami secchi che oscurano la luce.
Fa male, sì. Perché ogni cosa che cade lascia un vuoto.
Ma subito dopo, da quel vuoto, arriva l’aria, arriva la luce. E arriva il sole.
Solo allora la vita torna a respirare dentro di noi, e l’albero, quello delle ciliegie, ricomincia a fiorire.
benedetta racanelli
psicologa magistrale
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