
La Sostanza Affettiva
- “La sostanza affettiva”
è un libro orientato a curare la dipendenza affettiva, partendo dalle sue radici e dagli abbandoni. È un libro per chi soffre nei rapporti, per chi si sente sempre troppo esposto al dolore affettivo o troppo poco amato, per chi vuole capire da dove viene il proprio dolore e trasformarlo in una nuova forma di presenza.
La dipendenza affettiva non è solo un amore che fa soffrire, ma una struttura interna che ritorna a cercare nell’altro ciò che un tempo è mancato: presenza, conferma, centralità, continuità, diritto di esistere senza elemosinare sguardi. È da qui che il partner diventa troppo, il silenzio pesa troppo, la distanza si fa minaccia, il controllo sembra lucidità, il possesso si traveste da passione e la gelosia diventa una febbre che consuma. In questo libro l’autore entra nel cuore di questo dramma con uno stile diretto, vivo, clinico e profondamente umano, partendo dalla esperienza diretta in studio.
Mostra come nascono gli attaccamenti che imprigionano, come agiscono gli abbandoni, l’anaffettività, l’ambivalenza, il bisogno di essere scelti a ogni costo, il distacco da sé, il ruolo del corpo che parla con i sintomi, delle passioni, del talento e dell’amore di sé, fino ad arrivare a una domanda decisiva: come si passa dalla dipendenza al legame. Queste pagine non offrono formule facili né consolazioni romantiche. Offrono qualcosa di più raro: una strada concreta per riconoscere il meccanismo, interrompere il vecchio copione, ricostruire il proprio centro e rendere finalmente pensabile un amore più libero, più vero, più degno. Non per sopravvivere all’amore, ma per smettere di usarlo come prigione e tornare a viverlo come incontro.
Il libro si sviluppa come un percorso preciso. Parte dai fondamenti del legame e dell’attaccamento, chiarendo la differenza tra innamoramento, amore e struttura relazionale, e mostra come la neurobiologia del legame e della dipendenza affettiva costruisca nel corpo e nella mente un bisogno che non è solo emotivo ma anche fisiologico. Da qui entra nelle cause, dove prendono forma la relazione parentale, la coodipendenza, l’assenza, gli abbandoni e i vuoti di presenza, fino a mostrare come possesso, controllo, gelosia, incoerenza affettiva e bisogno proiettato trasformino il rapporto in una scena ripetuta, non in un incontro reale.
La terza parte segna il passaggio decisivo. Il lavoro si sposta sul soggetto: riconoscere la dipendenza, liberarsene, scollare il Numero Uno, costruire amore di sé, dare direzione attraverso l’autorealizzazione e le passioni, usare strumenti concreti come la Lettera Analitica e la Lettera Terapia, entrare in analisi quando necessario, fino a sviluppare autonomia e rendere possibile il passaggio dalla dipendenza al legame. Il libro include tre test finali di auto-osservazione, pensati come strumenti pratici per riconoscere i propri meccanismi e prevenire la loro ripetizione.
“La sostanza affettiva” non è una lettura teorica, nasce esattamente come si aiuta in studio. È un lavoro. Accompagna chi resta dove si consuma, chi torna sempre nello stesso punto, chi si umilia pur di non perdere il legame. Ma è anche uno strumento per chi cerca una comprensione clinica rigorosa della dipendenza affettiva.
La libertà affettiva non nasce quando trovi qualcuno che non ti ferisce. Nasce quando smetti di consegnare all’altro il compito di darti un senso e dirti chi sei.

La Carezza
Il potere di una carezza
Durante la mia esperienza di tirocinio dal dottor Burdi, mi è capitato spesso di ascoltare racconti di una specifica dinamica genitore-figlio a me molto familiare. Genitori che sono sicuri di esprimere al meglio il loro amore verso i figli, sostenendo di non far mancare loro mai nulla: un piatto caldo, vestiti puliti, un tetto sopra la testa e piaceri vari. Ma a volte si dimenticano di uno dei bisogni fondamentali, ovvero il contatto fisico.
Una semplice carezza, un abbraccio, un bacio hanno un potere enorme e sono fondamentali per costruire un legame forte e duraturo con i propri figli, per insegnare loro una maniera sana di amare e renderli più sicuri di loro stessi.
Per dare le prove di questo concetto, il dottor Burdi cita spesso nelle sue sedute di gruppo un esperimento degli anni ’50 condotto da Harry Harlow. Questo psicologo studiò il comportamento dei cuccioli di scimmia separati dalla madre subito dopo la nascita e notò qualcosa di significativo. Crescendo in isolamento, questi piccoli diventavano ansiosi, solitari e incapaci di relazionarsi con i loro simili.
Da questa osservazione nacque un esperimento. Harlow inserì nelle gabbie con i cuccioli due madri surrogate: una di fil di ferro, dotata di biberon, e una di pezza, morbida al tatto ma priva di cibo. Molti si aspetterebbero che i cuccioli andassero dal fantoccio con il cibo. Invece si aggrappavano alla madre di pezza, avvicinandosi a quella di ferro solo per mangiare, per poi tornare subito al calore della stoffa. Il messaggio era chiaro: cibo e cure non bastano a costruire un legame e a crescere degli individui forti ed indipendenti. L’affetto è un bisogno primario.
Io, non essendo genitore, non posso sapere cosa significhi non riuscire ad abbracciare il proprio figlio. Ma sono figlia, e durante l’infanzia quella carezza mi è mancata. È un gesto così semplice, eppure per molti diventa complesso, quasi ridicolo. E non averlo ricevuto mi ha costretta a imparare da sola cosa sia l’amore e come dimostrarlo, spesso sbagliando. Effettivamente in quelle scimmiette un po’ mi ci rivedo, riconosco di essere molto ansiosa, poco sicura di me e spesso metto in dubbio l’affetto delle persone che mi circondano. Adesso, a mia volta, fare una carezza mi costa tantissimo, e riceverne mi mette in imbarazzo, ma sto imparando a rompere questo schema, che probabilmente va avanti da generazioni.
Sicuramente anche i miei genitori hanno subito lo stesso trattamento e hanno assimilato questa forma d’amore come l’unica possibile. Sta a me, adesso, interrompere questo processo e imparare ad amare a pieno, senza la paura di una semplice carezza.
Ilaria Bellini
Tirocinante di psicologia presso lo studio Burdi
Università di Foggia

Psicoterapia Senza Diagnosi
in un tempo in cui gli eventi storici assumono proporzioni epocali e la minaccia di un nuovo conflitto globale incombe come un macigno sull’umanità, diventa urgente affermare un nuovo manifesto che ricordi drasticamente, senza compromessi, senza ma ne però, l’ uomo chi è.
Questo parole, sono un grido che si fanno imperativo e nascono dalla necessità di voler restituire all’essere umano, la sua dignità originaria ed assoluta, in questo periodo in cui assistiamo alla dissoluzione, alla svalutazione e alla perdita del senso e delvalore umano.
Questa è la società più discriminante della storia, perché tutto in essa è costruito per dividere, eliminare, per classificare, per stabilire chi conta e chi no. Il mondo intero funziona come una macchina di esclusione: si classificano nemici, si ergono barriere, si tracciano linee tra sudditi e predatori, come tra le bestie ci si sopprime.
Anche il diagnosticare selvaggio, si pone nello stesso movimento, anzi alle volte lo fomenta, penetrando nell’intimità del soggetto, colonizzando la sua sostanza, classificandolo funzionale o disfunzionale, si dispensano marchi discriminanti.
La causa di ogni male e disastro umano è la discriminazione: da essa scaturiscono la violenza, l’odio, la guerra, la schiavitù, la repressione i genocidi, siamo impazziti e la la follia umana diventa formazione che si estende a macchia d’ olio.

La discriminazione è il veleno che contamina le radici dell’esistenza, la legge cieca che ha governato la storia, la forza che corrode dall’interno l’essere umano fino a renderlo un guscio senza anima. E se queste parole possono sembrare deliranti, la verità é che il vero delirio è la realtà che viviamo: una realtà che ogni giorno divide, umilia, svaluta, incatena è in guerra. Il vero delirio non è pensare a questa condizione, ma fare diplomazia manifestare questa forma di contestazione educata, non essere più tolleranti con tolleranza verso l’infamia che ci circonda.
Abbiano necessità di riscrivere un manifesto a vantaggio dell’ uomo, contro le definizioni, nessuna categoria, nessuna discriminiazione, nessuna etichetta, nessuna diagnosi, nulla di ciò potrà mai sostituire l’uomo il suo valore e la sua dignità nella sua interezza, che resta e resterà l’unico valore assoluto.
Discriminare, sul piano diagnostico. di quello accanito e selvaggio, è il più sofisticato e terribile strumento di oppressione che l’uomo abbia mai creato, perché non si presenta con la brutalità delle armi, né con la violenza urlata delle guerre, ma con la calma diplomatica e glaciale delle parole che pretendono di curare. Non è un colpo che squarcia la pelle, non è una catena che lega le mani, è una sentenza che si insinua sotto pelle, nella coscienza e diventa identità.
Quando un soggetto viene inquadrato da una diagnosi, smette di essere guardato come individuo irripetibile e inizia a essere trattato come caso clinico, come disturbo, come patologia e difetto. Non è più voce, ma sintomo. Non è più persona, ma scheda. Non è più volto, ma codice. E quale condanna è più devastante di questa, che non separa i corpi ma intacca l’anima, che non divide i popoli ma mutila l’intimità di un singolo? Se creiamo tanti di questo tipo, creiamo eserciti discriminati, squadroni di guerra.
Ci si illude che questa modalità serva ad aiutare, si dice che la diagnosi sia necessaria per curare, ma quale cura può nascere dall’umiliazione? Per curare è necessario calarsi nella storia del soggetto, illuminare le ombre e sbrogliare i nodi e le matasse. Quale speranza può radicarsi in chi viene definito non per ciò che è, ma per ciò che altri hanno deciso che sia? È come dire a un uomo che il suo nome è stato cancellato e sostituito da un marchio, è come togliere le ali a un rondine e pretendere che voli, è come spegnere il fuoco di una torcia e ordinargli di illuminare.
La diagnosi diventa pelle, diventa ossa, diventa sangue: si finisce per crederci, per pensarsi malattia prima ancora che vita, per ridurre la propria esistenza al perimetro di una classificazione pronunciata da altri. È questa la discriminazione più radicale: non escludere dall’esterno, ma imporre dall’interno, non fermare i corpi, ma cristallizzare la coscienza.

Il dramma non si ferma qui. Questa discriminazione non ha il volto feroce del tiranno, ma quello composto del professionista che parla con tono pacato e cattedratico, che compila con ordine, che firma con mano ferma. È una discriminazione educata, razionale, vestita di autorevolezza, legittimata da titoli, manuali e protocolli, accolta persino come gesto di civiltà. Non urla, ma decide. Non ferisce con il ferro, ma con il certificato. Non impone con la forza, ma con il consenso, dove la differenza dell’ altro diviene il suo potere. È qui che la violenza raggiunge il suo grado più alto: quando non viene più percepita come violenza, ma come normalità.
Quando il soggetto stesso interiorizza la condanna e inizia a chiamarla verità. Ci sono molti pazienti che entrano in studio per la prima volta dicendomi: io sono un bipolare, non, ho la sindrome bipolare. Così la diagnosi diventa non solo un segno esterno, ma un’impronta interiore di identità, un tatuaggio invisibile che si segna la coscienza e accompagna ogni gesto. Ci si sveglia al mattino e ci si ricorda di non essere semplicemente uomini, ma schede sanitarie. Ci si guarda allo specchio e non si vede un volto, ma un referto. Si pensa e si parla solo di quello e ogni parola sembra confermare la categoria in cui si è stati collocati. Non c’è via d’uscita: l’etichetta diventa un corridoio chiuso, un muro che non si può scavalcare, una sentenza senza appello.
E non basta dire che la diagnosi serva a curare, perché il paradosso è evidente: come può esserci cura se l’effetto primo è la demolizione della dignità? Come può nascere guarigione se l’esperienza immediata è sentirsi ridotti a difetto? Non è forse questo il più grande inganno? Curare dichiarando di voler salvare, ma in realtà annientare. È un inganno lucido, sistematico, che prende il dolore vivo e lo trasforma in identità fissa, che prende l’uomo e lo riduce a disturbo, che prende la possibilità e la sostituisce con un verdetto. E chi subisce questo processo si ritrova a camminare come un condannato a vita: non serve la prigione, perché il carcere è diventato interiore. Non servono catene, perché la catena è la convinzione di non poter più essere altro. L’ unica speranza che ha è nel dialogo psicoterapico.
Un adolescente che riceve un’etichetta non si sente più ragazzo con energie da scoprire, ma soggetto problematico che deve controllarsi. Una donna che attraversa un periodo di dolore non si sente più persona, ma disturbo, e ogni sua lacrima diventa prova di malattia. Un anziano che soffre di solitudine non si percepisce più come storia da ascoltare, ma come caso da trattare. Così la diagnosi non è mai neutra: sottrae, riduce, incarcera. E la società applaude, convinta che questo sia progresso.

In realtà è il trionfo della discriminazione, elevata a sistema, travestita da scienza, legittimata dalla razionalità. È la discriminazione più subdola e potente, perché non si limita a escludere, ma insegna all’individuo a escludersi da sé stesso. Gli fa credere che il marchio sia naturale, che il limite sia giusto, che la condanna sia verità. Questo è il suo potere devastante: trasformare la violenza in norma, la riduzione in linguaggio quotidiano, la discriminazione in ordine. E allora bisogna dirlo senza esitazioni: la diagnosi, quando si fa identità, non è mai cura, ma la più radicale forma di oppressione. È la razionalità che si fa tirannia, la scienza che si fa gabbia, la parola che si fa lama. È un atto di dominio che non ha più bisogno di eserciti, perché governa direttamente dentro le coscienze. E il vero delirio non è denunciare questa verità, il vero delirio è vivere dentro questa realtà e chiamarla normale.
giorgio burdi
Continua
Rinascere Offline
Ho disinstallato YouTube, Instagram, Facebook e TikTok. L’ho fatto e sono felice, sento una leggerezza nell’aria.. La leggerezza di poter essere me stessa, senza il peso della perfezione altrui, che francamente ha stufato.
Sono tutti belli, tutti bravi, tutti tutto. E io? lo chi sono, cosa sono, come sono?
Devo davvero rispondere a questa domanda sulla base di chi sono gli altri, di come sono e di quante cose fanno?
Da quando la vita altrui ha cominciato ad essere più importante della nostra? Ve lo dico io, da quando esistono i social. Per carità sono una trovata geniale, ma anche una condanna. Come qualsiasi cosa nella vita, tutto necessita equilibrio, un equilibrio che con il passare degli anni nell’ambito delle comunicazioni è stato ampiamente distrutto.
Non c’è più limite oltre il quale non si può andare: possiamo pubblicare e vedere qualunque cosa.
“In questa condizione, l’uomo vive una sorta di sonno collettivo, in cui la percezione della realtà è superficiale, il desiderio è imitativo, e la felicità appare soltanto come il riflesso opaco di ciò che la società ha già definito come desiderabile.”

Perchè mai dovremmo desiderare qualcosa solo perchè desiderio di altri? Per sentirci parte di qualcosa, per sentirci accettati dal mondo.
“Ma questa rassicurazione ha un costo psicologico altissimo, poichè implica la perdita definitiva della propria voce personale, delle proprie intuizioni, dei propri desideri autentici, fino ad arrivare a non riconoscere più se stessi.”
Non è semplice svegliarsi da questo stato di sonno profondo, ma è possibile, a piccoli passi, riprendere in mano la propria unicità. Da cosa partire? Eliminare quel soggetto di confronto costante e irrealistico pò essere un buon inizio.
Togliamo dai nostri occhi le lenti da riposo e mettiamone un paio con la giusta gradazione, la nostra. Inizialmente potrebbe venirci un gran mal di testa, ma pian piano cominceremo ad apprezzare il mondo in qualità HD.
federica alfonso
Tirocinante di psicologia università di Foggia presso lo studio burdi

La Lettera Analitica (LA) e la Lettera Terapia (LT)
La Lettera Analitica (LA) e
la Lettera Terapia (LT)
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Un libro che Ti legge dentro e non si legge soltanto: Cura, si applica, si vive, Ti aiuta a descriverti, ti Trasforma. “La Lettera Analitica, la Lettera Terapia” è uno strumento operativo ideato dal Dr. Giorgio Burdi, frutto di un metodo originale maturato in oltre trent’anni di esperienza teorica, formativa e sul campo. Non un semplice volume di auto-aiuto, ma una guida concreta per attraversare i momenti critici dell’esistenza, affrontare blocchi emotivi, stendere la propria anima su un foglio, riorganizzare il sentire e ritrovare lucidità nelle fasi multiproblematiche o post-traumatiche, fino a trasformarle in profondità.
Il Metodo Burdi offre una via alla diretta interiore, al riconoscimento dei propri stati emotivi e alla riscrittura del vissuto, attraverso la composizione di lettere indirizzate a persone, eventi, sintomi o parti di sé. Ogni lettera è uno spazio di consapevolezza dove ciò che non è mai stato detto può finalmente prendere forma e liberare energia bloccata. È una tecnica accessibile e profonda, da praticare in autonomia come forma di autoanalisi, oppure da integrare nei percorsi di psicoterapia individuale, di coppia o di gruppo.
Il libro è uno strumento di cambiamento per tutta la vita, rivolto a chiunque desideri risolversi e conoscersi per davvero, ma anche per i professionisti della relazione d’aiuto che cercano strumenti nuovi, mirati e replicabili per promuovere un cambiamento reale. Può essere utilizzato come diario personale, compagno di viaggio nelle fasi più complesse della vita, o come risorsa stabile per il lavoro di esplorazione psichica. La Lettera Analitica non solo consola: rivela. Non edulcora: attraversa. Non si limita a raccontare il passato, ma lo rielabora per restituire dignità al presente, ordine e futuro.
Un’opera densa, intensa, pratica e incisiva, capace di generare un impatto con sé autentico e una trasformazione duratura. Scrivere per guarire, scrivere per scegliere, scrivere per tornare a sentire.

Gratitudine
GRATITUDINE
Gratitudine, sentimento conosciuto da pochi e quasi folle per molti: l’arte di riconoscere ciò che di bello esiste, anche quando è invisibile ai nostri occhi. In un mondo viziato, che pretende più di quanto sia giusto avere, di cosa possiamo
essere veramente riconoscenti? Affamati di un traguardo senza percorso, siamo offuscati da standard non autoimposti, come se ciò che non possediamo fosse più affascinante e ciò che ci circonda, mediocre. Questo può dipendere da innumerevoli fattori, come l’abitudine a ricevere sempre ciò che desideriamo, portandoci a pretendere sempre di più da noi stessi e dagli altri, poiché l’ingratitudine coinvolge soprattutto i rapporti sociali.
È più facile vivere desiderando qualcosa di grande che amare ciò che è leggermente più piccolo, ma tangibile. Ci nutriamo di desideri, siamo privi di concretezza; ci è stato inculcato che essere grati significhi accontentarsi. Ma perché? Siamo gli unici responsabili della bellezza che ci appartiene: ciò che viviamo cambia in base al nostro punto di vista. Ecco cosa significa gratitudine: saper colorare una tela in bianco e nero senza doverla necessariamente buttare, trasformare una delusione in una lezione ed essere fieri di averla vissuta per affrontare meglio il futuro.
Siamo fatti di energie: tu decidi cosa attrarre e cosa trasmettere agli altri. L’energia positiva può attrarne altra, e il punto di vista negativo di qualcun altro può essere positivo per te.
Fermati e osserva: c’è sempre qualcosa che possiedi. Prenditene cura, è tua; nelle mani di qualcun altro potrebbe non essere apprezzata. Essa non è solo un sentimento di riconoscenza, ma un vero e proprio strumento di crescita personale,
una risorsa fondamentale in ambito psicologico che aiuta il paziente a non sentirsi solo. Ecco perché andrebbe coltivata con piccoli gesti quotidiani. Oltre ad avere aspetti funzionali, la gratitudine ha un’importante valenza etica: siamo parte di una rete di scambi che non sempre possiamo controllare. Ciò che di buono ci arriva non ci spetta di diritto, ma per grazia o per scelta altrui, un insieme di fattori che ci supera.
Questo ci spinge anche all’azione, ovvero al desiderio di restituire, non necessariamente al beneficiario, ma al mondo intero. Riconoscere e valorizzare ciò che abbiamo trasformando la nostra percezione della realtà, allenare lo sguardo alle piccole cose, attivare una connessione vera , favorire una visione equilibrata e e positiva di sé e gli altri. Essere grati è una scelta.
Valeria De Girolamo
Tirocinante di Psicologia presso lo Studio Burdi Università degli studi di Foggia

Il Numero Uno e Il Numero Due – Il Libro –
“Il Numero Uno e Il Numero Uno”
– Il Libro –
Una Nuova Metodologia di Ricerca sulle Personalità
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Panoramica del libro
Questo libro è una seduta Analitica perpetua, un dialogo ininterrotto con se stessi e il mondo, da portare a casa, da utilizzare ogni giorno della vita. È un compagno irrinunciabile, un testo che dovrebbe occupare per sempre un posto nella propria libreria, pronto a risuonare ogni volta che si cerca sé stessi.
Propone un Modello nuovo di Comprensione delle Personalità, della Tua Personalità, chiedendoti, parola dopo parola, di proteggere la tua voce, di custodire ciò che sei senza mai tradirti, perché è da quella voce che nasce ogni felicità possibile. Dentro ognuno convivono due istanze: il Numero Uno, l’essenza più autentica, vera, irripetibile, un’opera d’arte vivente da ammirare, coltivare, progettare; e il Numero Due, che ne ostacola l’emersione, incarnando tutto ciò che lo ingabbia: i doveri, gli obblighi, il giudizio altrui, i sensi di colpa, i modelli imposti, i moralismi. Il Numero Uno combatte ogni giorno contro le forze del Numero Due, in una lotta invisibile ma decisiva.
Questo non è un manuale di sopravvivenza: è uno strumento di rivelazione, un invito costante a far emergere te stesso, a instaurare un dialogo fecondo tra la tua verità interiore e il mondo che ti circonda. È un metodo radicalmente nuovo per leggere la propria personalità, ascoltare la propria voce più profonda, risalire all’origine di tanti disagi che si annidano sotto la superficie tali da creare psicopatologie più note. Non è solo un libro, ma una guida viva, da utilizzare ogni giorno come uno strumento pratico di evoluzione.
Ogni volta che lo si riapre, ogni paragrafo agisce come una seduta di analisi, capace di scuoterti, provocarti, chiederti di rispondere a te stesso senza più alibi, aprendo varchi concreti verso un cambiamento reale e una felicità costruita sulle tue fondamenta più vere. È il risultato di trent’anni di lavoro, di ascolto, di ricerca su come cogliere, definire e mettere in atto la missione unica di ciascun essere umano: essere pienamente se stesso.


Il senso ammala, Il significato cura
*Il senso ammala, Il significato cura, il senso dopo il significato consolida.*
È difficile trovare un senso alle cose e in effetti non è proprio quello l’obiettivo principale. Trovare un senso è una frase che di per sé non ha senso. Il senso non si trova, ma si può dare. In effetti, la frase dovrebbe essere “dare un senso alle cose”. Ma prima di dare bisogna fare.
A volte ci incastriamo in meccanismi continui di dover dare un senso alle cose senza effettivamente avere la materia prima: il fare. Proprio per questo motivo, il senso perde di qualità e diventa una mera elucubrazione mentale che non ci soddisfa pienamente. In effetti, il senso è un concetto troppo vago, etereo, che può voler dire tutto e voler dire niente. Questo può sembrare un ossimoro: “Come è possibile che il senso non abbia effettivamente senso?”
La parola “senso” deriva da “sensūs” participio passato del verbo che tradotto in italiano vuol dire “percepire”. Già di per sé il concetto di senso si basa sulla percezione, che non ha nulla di oggettivo e quindi può essere compromessa dalle sensazioni – anch’esse derivanti dalla parola senso – e quindi essere figlie di un malessere, una depressione, una parvenza di vero che vero non è.

“Voglio trovare un senso a questa vita, anche se questa vita un senso non ce l’ha”.
Vasco Rossi stesso aveva capito che il senso è sensazione.
Dovremmo invece sostituire la parola senso con significato.
La parola significato deriva dal latino significatus, participio passato di significare, che a sua volta è composto da signum (“segno”) e facere (“fare, rendere”).
Lasciare il segno con il fare ed è qui che l’esistenza gira attorno. Fare è essere. Fare è vivere. Fare è significare.
Avere troppo tempo libero per pensare al senso, ci porta lontano dal significato, che non è nient’altro che agire. Agire? Come?
Hobby, sport, sana alimentazione, persone analitiche con il quale passare del tempo di qualità, non giudicare prima di conoscere, non avere rancori, lavorare con il piacere e non piacere perché devi lavorare, fare figli quando si è pronti e non fare figli per essere pronti e soprattutto sano egoismo, amare con la consapevolezza di amarsi. Ritagliarsi un po’ di spazio per sé stessi senza la smania di doverlo per forza condividere con qualcuno.
Il senso può ammalarci, renderci deboli, colpirci nelle nostre più profonde e inconsce debolezze, distruggere le nostre certezze, mettere in discussione i nostri sentimenti. Il significato è la perfetta cornice che delinea la nostra psiche.
La nostra psiche deve essere vista come un quadro di olio che non si asciuga mai, che può colare da un momento all’altro e l’unico modo per contenere questa decadenza è la cornice del significato.

Il significato è curativo, solleva l’anima e la rende libera. Una volta raggiunto questo livello, possiamo dare un senso alla nostra vita, asciugare quei colori ingestibili e dare una netta dimensione alle sfumature della nostra vita. Il senso dopo il significato ci aiuta a consolidare chi siamo e a farci rendere conto che per stare bene, basta davvero poco.
alessio
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Nata Una Seconda Volta
Nata una seconda volta
Sono nata una seconda volta..
Incredibile, fantascienza fino ad un anno e mezzo fa …
La me di oggi non c’era prima, prima c’era un’altra che non esiste più .
La penso con tenerezza, rabbia, disappunto.
Se l’avessi davanti vorrei prenderla per le spalle scuoterla e svegliarla..
Ma non la vedo più.. oggi riflessa nello specchio vedo ME, la vera me ..
Ed è bellissima e la amo da morire …
Che bello aprire gli occhi e vedere tutto diverso …
Che bello scoprire che quel perenne senso di colpa e di debito di inadeguatezza verso tutto e tutti : marito, figli , lavoro, genitori, amici non e’ nato con me ma frutto di schemi che ci hanno impresso appena venuti alla luce se non prima …
Oggi ho capito che cos’è la libertà.
La libertà e’ essere se stessi senza il bisogno spasmodico di eccellere in ogni cosa, senza frustrazioni se non ci riesci.
Libertà e’ scegliere con chi stare.
Libertà e’ essere gelosi del proprio tempo, del proprio buon umore..
Libertà e’ fregarsene del giudizio degli altri.
Il giudizio degli altri ci rende schiavi inconsapevoli e ci fa vivere una vita non nostra …
Oggi ho capito che cos’è l’amore.
L’amore è amare se stessi.
Accogliere se stessi ogni giorno e supportarci e comprendere i nostri desideri e i nostri disagi ed aiutarci nei momenti difficili così come facciamo con gli altri amori della nostra vita, anzi di più .
Amore significa divertirci, giocare e ridere ridere fino a restare senza respiro.
Amore significa commuoverci ed accogliere anche le emozioni negative perché sono sempre emozioni e in quanto tali sono VITA.
Oggi ho capito quanto è speciale l’essere umano.
Tutti diversi all’apparenza ma tutti uguali.
Oggi amo l’essere umano.
E voi compagni di questo mio straordinario viaggio, mi avete insegnato questo amore diverso, inatteso speciale .
Vi ringrazio per esserci stati uno ad uno quelli che sono andati via prima e che spero di riabbracciare prestissimo e poi tutti voi che lascio con commozione qui:
Eva: il candore, una rosa sbocciata davanti ai nostri occhi
Antonello: la tenerezza, l’immenso amore per Sara. Gli auguro che con la stessa intensità ami presto se stesso e poi non lo fermerà più niente e nessuno.
Raffaella: la freschezza, la voglia di vivere, la sensuale innata dolcezza.
Eldorado: è speciale e non lo sa, quando se ne accorgerà si amerà come deve
Saverio: è speciale e lo sa, ma si ama a metà …
Francesco: se deciderà di demolire, scoprirà tanta meraviglia.
Federica: la cucciola guerriera, la forza dirompente.Prenditi tutto il meglio Fede, la vita te lo deve.
Giuli, arrivata da poco, peccato … mi sarebbe piaciuto conoscerla meglio..
Carmela: fidati e affidati e scoprirai cose che ancora non sai.. pensa…
Simona: il mio antipodo, ma che figata conoscerti .
Laura: il bisturi di seta, incisiva nella sua smisurata delicatezza…
E poi il dott. Giorgio, cosa dire, mi ha preso per mano e mi ha fatto percorrere la mia vita al contrario fino ad arrivare a quella bambina dietro la ringhiera , me l’ha fatta abbracciare , rassicurare, ed insieme siamo tornate qui e lei sarà sempre con me.
Certo non mi aspetto che questo stato di beatitudine duri per sempre, ma la cosa importante è io che l’abbia provato, che io sappia che esiste che non è utopia.
E qualora lo perdessi il mio unico obiettivo sarà di ritrovarlo. Vi voglio bene
paola
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