
L’ Elogio del Fallimento
L’ Elogio del Fallimento
&
l’ Assioma dell’ Errore
Non puoi guardare l’ orizzonte,
se non attraverso gli ostacoli.
Fallisce, non chi non vince, ma chi evita di perdere e di sbagliare e chi non regge all’ errore. (gb)
Tutti abbiamo bisogno di conoscenze , temiamo il fallimento e di non riuscire a cavarcela mai fino in fondo. Il fallire dipende molto dalla mancanza di adeguate informazioni, dall’ assenza di nuove conoscenze e da strategie di nuove soluzioni. Non si possono pretendere differenti risposte con relativi cambiamenti nutrendosi di identiche informazioni.
Per non fallire è necessario riuscire a spostare il proprio punto di vista, essere elastici nel pensiero e percorrere nuove strade, nuovi territori conoscitivi con nuovi orientamenti.
Chi non sa o non vuole acquisire nuovi dati, o chi semplicemente fa finta di sapere già tutto, vive da svantaggiato, è bloccato sul suo start, ai margini di un parcheggio, non parte mai, vive nel pressappochismo, vive da mediocre, è a rischio di sbandamento, è prigioniero dei suoi dogmi, dei quali ignora l’ esistenza. Egli ha l impressione di ragionare, ma ragiona solo , è soltanto pensieroso, intrappolato nei suoi schemi, già fallibile, disadattato e a breve deluso, perché vede e non sente ciò che è più grande della sua ragionevolezza, la sua elevata ed assoluta sensibilità.
La norma e la regola comune sono quelle di conoscere, imparare e di riuscire, ma anche la libertà di poter sbagliare. Chi sbaglia, non conosce, e chi non sbaglia mai, non vuole sapere, è rigido, fa fatica a raccogliere nuove esperienze o a concedersele, non progredisce perché ignora quantità elevate di differenti punti di vista. Chi conosce, trasgredisce alla tradizione e alla consuetudine e chi erra, è un ribelle del fanatismo. Si veda oggi nelle notizie del giorno, il governo dell’ Afghanistan, ha vietato alle donne la frequenza universitaria. Il non sapere consolida la tradizione, ovvero l’ idiozia, il crimine.
Chi non sbaglia mai, è statico, noioso ed un annoiato, severo con se e con gli altri, è un bigotto moralista, abita la caverna degli stereotipi, da fanatico è arroccato nei suoi dogmi, è un conformista, anti evoluzionista, nemico del progressismo.
Il progressista, invece, si nutre di errori, tra uno step e l’ altro è consapevole che la norma è poter collassare contro il limite, inciamparci dentro. Egli fa del suo successo, la certezza assoluta di aver sbagliato tanto ed essersi nutrito molto spesso dell’ amaro degli errori, e che la sua vita non è stata affatto per niente facile .
Solo chi cammina prende scivoloni ed inciampa nelle buche. Chi si infossa, si imbratta e si infanga, ha la certezza di camminare. Chi sta fermo non sbaglia mai, perché evita i problemi, l’ errore è fatto da chi si afferma, da chi affronta la vita, di petto, chi invece evita di sporcarsi le mani, come per lavare i piatti, evita di pulire e vivere il quotidiano. Domandati se hai mai lavato i piatti ! Si può brillare se si ha il coraggio di mettere le mani nello sporco, per toccare e rimuovere le incrostazioni e i cattivi odori. Ogni cosa ordinata parte attraverso la rimozione di un caos, di un disordine; un problema è un disordine, una incrostazione, un cattivo odore.
Si pensi al caos prodotto da una ristrutturazione di una casa o ad una bozza di un testo, che trova la sua origine in frullati di pensieri e di parole inizialmente tutte apparentemente inconcludenti e sconclusionate.
Chi è sereno col tema del fallire, vive meglio, dà per certo che l’ incontro con gli inciampi e con le ricadute, sono del tutto normali, anzi esse rappresentano una opportunità di rilancio. Quale pretesa possiamo avanzare, non conoscendo un territorio, di non sbagliare strada ? Se ciò accade non può lasciarci stupiti.
Vivere è errare. L’ errore è vitale ed inevitabile, perché senza di esso la vita non può evolversi su nuove prospettive, è una “conditio sine qua non”, volere o nolente, è sempre inevitabile e irremovibile questa condizione di fatto, anzi essa è una certezza. L’ errore è il nostro complice, è il nostro compagno di viaggio, timido e fidato, se lo guardi negli occhi e non lo schivi, ti sorride e ti dice, stai zitto, lo sappiamo io e te, hai fatto una calzata, non lo diciamo a nessuno. L’ errore poi si rivelerà, in seguito sempre, l’ ingrediente fondamentale di qualsiasi apprendimento.

Non si può pretendere che un piccolo bambino , eccitato dai suoi primi passi, non debba cadere o farsi male, piangere, rialzarsi e sorridere desideroso subito dopo di camminare e magari di ricadere ancora come per gioco.
Una partita di calcio sarebbe noiosa e inimmaginabile senza cadute ed infortuni, essa è fatta di ripetuti falli, di capitomboli ed incidenti, non per essi viene sospesa o non si gioca la partita.
Prendere la vita come un gioco ci rende convincenti e tenaci nel da fare e nel rialzarci,, questa modalità lascia intravedere il fallimento come una occasione per sfidare le avversioni e continuare la sfida.
La sommatoria di irrinunciabili e ripetute ricadute, rende perfettibili, predispone ad una maggiore stabilita, ma anche ad altri nuovi errori e a nuovi progressi. Errori, instabilità sicurezza, stabilità, sono in circolo, non finiscono mai nel ciclo della vita.
L’ errore è un fondamentale ed un assioma, esso è il cardine delle scienze esatte, che procedono attraverso un percorso irto di ostacoli e di perdite di tempi apparenti, per approdare raramente ad un sospirato finale risultato relativo, che riapre ad altre ricerche costituite da altri inciampi ed errori.
Sapere che questo confronto on i limiti è del tutto normale, acquieta, non scoraggia, perché a vita è questa, è fatta così, è come saper prendere il vento per galoppare l’ onda, sotto la corrente, seguire la sua scia, cadendo e ricadendo, per poi risalirla. La prima vittoria alla quale veniamo chiamati, è rialzarsi.
Il fallimento impone sempre di guardare oltre. Esso non ci sarebbe se non ci fosse una meta ben precisa da raggiungere. Ogni fallimento presuppone la presenza di una meta non soddisfatta. Ma, eccezionalmente, esiste alla base sempre una motivazione verso un progetto o un bisogno di auto realizzazione, la fatica nel superare il fallimento, dovrà far affidamento continuamente su questa motivazione verso una metà.
Non dovremmo essere sorpresi dal fallimento. Paradossalmente dovremmo ricercarlo, perché esso forgia, matura all’ oltrepassare i limiti dell’ instabilità e delle incertezze. Sarebbe una pretesa fuori luogo dover riuscire in una impresa, ai primi tentativi, saremmo già degli esperti o dei santoni.
Ci stabilizziamo e cresciamo, errore dopo errore, in tal senso, ogni fallimento sarebbe un successo, perché la direzione è quella del progresso personale ed ogni progresso possiede un regresso, un andare indietro per tornare avanti.
Il fallimento ha una caratteristica eccitatoria, è carico di delusioni, tentennamenti, rabbia e conquiste, esso può rappresentare uno stimolo, una forza propulsiva di caparbietà, una sfida contro l’ ovvio, verso la realizzazione della propria idea.
Chi molla dinanzi al fallimento, spera, sì muove in modo passivo, si adopera a casaccio o per tentativi, chi invece fallisce, convinto di riprendere, si arrabbia, si ostina e ci riprova, batte i pugni, diviene più forte, avanza a trotto, bada a temperarli, crede e si impegna su ciò che vuole realizzare, sulla potenza della sua abilità palestrata.
Il fallito, ha la rabbia e pertanto la grinta tutta dalla sua parte. Chi invece spera, fallisce prima, parte male, col piede sbagliato, inciampa di sicuro, è demotivato, la sua iniziativa tentenna, è titubante e frenato, barcolla, parte da perdente; chi crede, fallisce bene e vince prima con la sua ostinatezza, parte determinato, col passo deciso e felpato, avanza, cade e si rimette in perpendicolare, riparte convinto che sarà dura, ma il suo coraggio, è in corsa verso la meta.
Ogni fallimento, determina una sollecitazione alla lotta, contro le minacce e le intemperie e di tutto ciò che è avverso ed oppositivo; è avversario del decadentismo e dell’ accidia e del lasciarsi andare. Il fallimento ha la voce del “non c’è la faccio”, è la risposta spiacevole all’ invidioso e al competitivo, a chi complotta ed è arrogante.
Il fallimento pone un continuo confronto con la paura di sbagliare e di fare cattive figure , di essere giudicati, ma si può vivere sbagliando, che sbagliare di non vivere, senza provarci. il non provare è dettato dal ripensamento, è la messa a folle della vita, la mancanza di azione, è resistere alla tentazione di lanciarsi andare verso la novità, è pensarci a lungo in un immobilismo che non agirà mai alcun tentativo o cambiamento.
Chi fallisce e riprova ancora, è già vittorioso rispetto a chi molla, sperimenta di se, sia il limite, ma nello stesso momento il suo superamento.

Spostarsi dal fallimento al tentativo di volerci riprovare, fa tutta la differenza, rispetto a chi vive in pausa; egli è superiore, all’ interno della sua debolezza, opera un salto enorme di qualità, di coraggio e di follia, chi fa il passaggio dal fallimento all’ azione, snobba tutti, perché il fallito è convinto di non avere più bisogno dei consensi altrui, così fallito, riparte da solo e per questo è già un vincente, perché non dovrà dare conto più a nessuno, non subirà le loro apprensioni o le loro invidie, sarà in grado di modificare il proprio destino, perché si troverà finalmente di fronte a se stesso, più concentrato che mai e meno distratto dagli altri, in un contro corrente.
L’ inizio di qualsiasi percorso è sempre accompagnato dal caos, da confusioni ed equivoci, da un presente relativo tutto contraddittorio. Il nuovo, è un concentrato ed un contenitore di impurità, di sbagli ed imperfezioni, è un mistero sconcertante, ma affascinante, disorienta e lascia riflessivi, fintanto che il nuovo non viene inquadrato, resta approssimativo rappresenta il nulla, ma, da li a poco, potrebbe svelare un grande meraviglioso tesoro, perché il fallimento è come una miniera fatta tutta da dettiti che celano chili di oro.
Per questo è bello fallire. Invece delirio di onnipotenza, il presuntuoso che non vuole fallire, è perfezionista, ha già tutta la pretesa di essere tuttologo e di luccicare, ma difatti, non possiede nulla, perché solo la passione determina la resistenza nella fatica e alla lotta che permettono di sfondare e di vincere.
In tale prospettiva, chi fallisce e non si meraviglia o non si scoraggia di ciò, procede, cresce, perché consolida dal fallimento la propria identità. Imparare con umiltà a fallire serve a ricordarci che siamo tutti umani, da poter diventare un po più saggi, esperti e colti. Chi evita di fallire, perde, perché evita e schiva i problemi, chi lo persegue, lotta per se e per una società migliore.
Qualsiasi situazione che procede per il verso facile e per la pappa pronta, che non conosce sforzi, ne audacia , ha l’ opportunità di non farcela e di finire la sua corsa. Non potrà mai esserci una vittoria col vincere facile, senza una strada stretta e tortuosa, irta di ostacoli, di dossi, buche, dirupi e lotte, cadute e ricadute, che facciano da braccio di ferro con la vita; senza la lotta non si da senso a nulla, non c’è gusto a vincere, tutto perde di valore e di significato. Chi regge al fallimento, ha la vita già vinta.
giorgio burdi
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L’ Imbruttitore
L’ Imbruttitore
” ..magici calzari alati, un elmo che poteva renderlo invisibile e uno scudo riflettente. Cosi’ equipaggiato Perseo volo’ verso la dimora di Medusa, “
malvagia creatura che con serpenti al posto dei capelli, aveva il potere di impietrire tutti coloro che incrociavano il suo sguardo.
L’imbruttitore è la versione moderna di Medusa. Chiunque entra in contatto con lui viene pietrificato: diviene incapace di muoversi e di avanzare, diviene la peggiore versione di se.
Incantatore dall’intelletto perverso, l’imbruttitore dispensa alla sua amata mattoni di memoria (le illusioni) e realtà di pietra (le sue sofferenze): Illusioni e sofferenze sono zavorre grigie e rigide.
È lui stesso immobile ed immutabile, relegato all’idea del “come dovrebbe essere secondo me…”. A chi entra nel suo giardino è permesso solo di zigzagare tra i suoi presunti miracolismi e le sue convinzioni altrettanto statuarie, come le materie che dispensa.
Già pietrificatore del tempo, prosegue la sua opera catapultandoti in una dura e pesante realtà di ansie che tutto crolli, a cui secondi sono le attese e i silenzi. La sua testa di serpi racchiude certamente un combattente buono e ali per volare, ma sono imprigionati.
Davanti alle sue modalità si sperimenta tutta la fragilità del propio sguardo, che ha come unica strategia di volo l’indossare quell’elemo che rende inconsistente il proprio sè, già radicato e complice, e di guardare in altra direzione: dentro se stessi, nella stanza degli specchi.
Così.. tanto perché continuo ad incontrarlo per strada e mi verrebbe da menarlo
valeria carofiglio
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Se Decidi Per Te, Decidi il Meglio
Se Decidi Per Te, Decidi il Meglio
Tra il mio “io” senziente ed il mio “me” profondo c’è sempre un via vai di informazioni. Un flusso costante bidirezionale di pensieri consci e ragionati, sovrapposti a sensazioni inspiegabili, nebulose ma tenaci, che svaniscono appena cerco di metterle a fuoco.
La ragione ragiona, pensa e simula. Immagina scenari a volte ottimistici ed a volte no. Proietta immagini davanti agli occhi che spero o temo siano messaggi dal futuro, a seconda se ció che ha scatenato il pensiero sia una speranza o una paura.
Altre volte la ragione sragiona, asseconda la mia speranza, l’immaginazione che vede per me, solo un futuro tinto di rosa ed azzurro. Poi cancella tutto e resta solo la desolante paura da “foglio bianco” dello scrittore.
È a questo punto morto che il pensiero nebuloso ed evanescente di prima, mi mostra il suo progetto che ha in serbo per me. Non appare dalle nebbie piano, piano ma si accende di scatto, nitido, reale. Tanto reale da farmi pensare che non sia un pensiero ma un cartellone pubblicitario su una strada o meglio un segnale stradale che indica il cammino, il viaggio, la méta e lo scopo.

Forse è tutto un sogno. Un dare un significato alla decisione presa. Forse sono solo fantasie ma ogni volta che decido io, per me, decido il meglio. Per contro, ogni volta che “altri “ decidono per me e per la mia vita, pensando di prendere ed appropriarsi, decidono il peggio per loro ed il meglio per me.
Sono fortunato? Certo! Cerco di farmi andare bene ciò che mi accade? Certo! Godo di tutto quello che ho, pensando che non è detto che lo avró per sempre? Certo! La spiegazione a tutto questo forse è un bel miscuglio di tutte queste ragioni o il mio sentirmi in armonia con il mondo in cui vivo.
Posso solo aggiungere che io vedo e sento ció che la mia mente non vede e non può sentire. Indaffarata com’è a mettere in fila i mattoncini della mia vita. Lei vede la pianta del progetto ma io vedo l’edificio finito con i gerani al balcone. ( E di solito è una villa).
Fabio
ContinuaLegami Disfunzionali
LEGAMI DISFUNZIONALI
Che cosa è un legame ? Dal latino “ligamen”, esso rappresenta una relazione d’obbligo che limita la libertà d’agire e di disporre di sé, è un concatenamento relazionale. Esiste un legame progressivo ed uno regressivo. Il primo determina autonomia e crescita, il secondo incastra e favorisce la regressione. Il primo legane è accudente, ha un termine temporale, esso è fondamentale ed è relativo alla crescita dei figli, è unidirezionale, il genitore è interessato se non al solo benessere e alla salute del figlio.
I legami hanno la loro accezione positiva se applicati alla prima ed alla seconda infanzia della vita se essi conducono alla crescita, essi durano un tempo determinato affinché avvenga l’ avviamento verso la vita. Il secondo legame, che verrà qui analizzato, è adulto, ha valenza regressiva, genera dipendenza affettiva. Esso non ha motivo di esistere se non nella direzione dell’ autonomia, del rispetto e della libertà dei soggetti.
Tutti quei legami che conducono ad una dipendenza, lasciano intravedere un inceppo nelle fasi della maturità affettiva. Esso viene realizzato come un legaccio, un nodo, una catena, delle manette, un cappio, che genera una inter dipendenza. Ma come mai si ha il bisogno di avere un legame di questo tipo, se esso ha un’ accezione ed un risvolto assai negativo ? attiva un legame distruttivo, l’ attrazione e la condivisione delle sofferenze. Esse hanno un tale potenziale calamitoso, tale da attaccare i soggetti All’ interno di una forza di condivisione.
In questa accezione, questi tipi di legami non generano relazioni sane, perché agite da personalità confusionali e complessate, esse generano relazioni nulle e strazianti, irrispettose, ambigue, perverse, perché fondate su dolori soggettivi non risolti e producono dolori al cubo nel rapporto, come dieci a uno, tutto ciò che era meravigliosamente semplice, diventa maledettamente ingestibile, anche se durano a lungo, trovano il tempo che trovano, perché dura poco il suo entusiasmo, mandano fuori di testa, consumano la pelle è fanno invecchiare.
“l’ amore che strappa i capelli è perduto ormai”, recita De Andrè, Queste sono relazione che richiedono troppo impegno e troppa fatica, sono estenuanti, si consumano nel giudizio, diventano relazioni competitive sulla base di chi è il migliore, superano ogni limite della pazienza e della decenza umana, non hanno logica,
In un legame disfunzionale, come ti assorbe, ti fagocitata e ti risucchia al suo fondale, la sofferenza, non ti fagocita l’amore. La sofferenza è una sabbia mobile che non da possibilità di movimento, per quanto ci si dimeni, costringe a rimanerci dentro. Per un legame, sofferenza è più potente dell amore, essa paralizza e lega molto di più dell’ amore, che ne fa la storia.
non ti vedono, sei trasparente, non ti sentono, ma ascoltano se, si impongono, ostentano e sono avari, ti rendono la vita equivocabile, si fissano in testa come un chiodo, sono come la cocaina, gelosi possessivi, ossessionanti, tirano fuori il peggio di te, ti portano al limite dell’ impossibile, assurdo, è l’ aggettivo più coniugato, istigatori e dispensatori di violenza per frustrazioni calcarizzate, direttivi, maschilisti, dittatori, giocolieri di potere, manipolativi al limite del femnicidiio.
Tale legame il più delle volte rappresenta un incastro in un labirinto senza uscita, assai complicato, senza una via d’ uscita. Quando si avvia una tale relazione non si sa quasi mai nulla dell’ altro, se non delle sue sofferenze ed in quale caos si sta ficcando. A breve termine risulta essere un grosso inganno, appare in modo camuffato, al principio viene percepito come amore, ma poi si rivela un caos, un pasticcio, un calesse, come afferma l’ autore.
La trappola di una relazione di questo genere, viene costruita sulla base della condivisione empatica delle proprie sofferenze e delle proprie confidenzialità condivise. La sofferenza ha una connotazione molto sacra, intima, rappresenta il proprio crogiolo segreto, essa è un magma fatto di passioni, di turbinii, di contratture, di fenomeni e di contorsioni dell’ anima repressi, sensazioni e riserve trattenute, bisognose di essere vedute e condivise.

La loro condivisione è già una relazione sessuale, rappresenta una relazione intima, un atto liberatorio, di grande generosità e e di affido di contenuti unici e profondi, il dolore emotivo è il massimo della presenza di se è stracarico di sensazioni negative e di prospettive positive, esso è la proiezione verso la vitalità, se condiviso in un legame, conduce ad un legame forte ma relativo, perché solo esso non basta perché bisognerebbe essere soggetti risolti e in salute mentale. La piacevolezza di scaricare e condividere le proprie sofferenze, genera il legame.
Il legame nasce dalla condivisione di sofferenze ma rischia di generare dispiacere se dall’’ altre parte c’è chi si pensa di conoscere.Ti È facile confondere il piacere di un legame, intensificato con la condivisione dei dolori, con l’ attrazione e l amore. Ma l’ attrazione ha cone causa il bisogno irrinunciabile della condivisione. Tutto ha uno scopo di convenienza, utilizzando la sofferenza. Tali relazioni sono d’ aiuto, non d’amore, pur se conducono all’ intimità, l’ amore un’ altra cosa, è libero non chiede nulla, è totalmente gratuito, gode se stesso per quello che è, per questo regge, non chiede mai di essere diversi.
Nel legame, giunti all’ intimità, tutto si fa più complesso, la relazione si pone per quello che non è, un amore straziante. Per ritrovare la serenità essa va rinquadrata per come essa nasce, è solo una relazione di aiuto e di sostegno. Infatti il rapporto verrà posto da quel momento in poi sempre su un piano di aiuto difficoltoso di aiuto, sempre su problemi da gestire, riaprendo a quel mondo personale che per un attimo era sfuggito, fatto di frustrazioni, nevrosi e psicosi personali. Questo tipo di legame è tale, perché dopo poco svela i limiti, le follie, le perversioni, le assenze, i vuoti dell’ altro.
Bisogna fare attenzione nel condividere i propri dolori, se ne potrebbe percepire, subito dopo, una violazione o un senso di svuotamento e di pentimento. E se questo è stato già fatto, va disinvestito. Le sofferenze sono il veicolo accelerativo per far penetrare l’ altro nella propria vita e cone un invasore che ne prende casa. Quando si afferma che, ormai mi ha preso la testa, è proprio questo l’ inceppo, averlo lasciato entrare nello scrigno dei propri segreti, in quell’ indicibile difficile da svelato a qualcuno, più importante della proprietà privata.
In tale processo di confidenzialità si attiva l’ accensione dei motori della passionalità che si avvia piano, come un diesel, un ingranaggio che conduce e sbatte come su una cervice, diritto dentro alla propria anima. Lo scivolone viene assicurato, quando si arriva ad identificarsi e e ad affermare… “tu sei esattamente come me, come vivo e come sono io”. Attraverso questa espressione si genera l’ incastro perfetto: noi, un io e un tu che si confondono.
Insieme alle sofferenze condivise, c’è un secondo bisogno che detona la relazione: la solitudine di entrambi che ha spento ogni stimolo con la mancanza di complicità. Lo stato di solitudine viene determinato dallo stato di isolamento assorbito per via dei ruoli assunti relativi alla genitorialità, a quelli della famiglia come agenzia di servizi, ai gravosi sensi del dovere, di obblighi e di responsabilità. La solitudine in un rapporto nasce dall’ incapacità di entusiasmo, di gioco e di condivisione.
L’ assenza degli stimoli in un rapporto, determinato l’ aprirsi al peggio, all’ orrido e deriva dal senso dell’ obbligo e del dovere che uccidono la relazione nella monotonia casalinga. Passata la prima fase della condivisione dei propri dolori emotivi e dei propri segreti, appare il grande delirio, ii personaggio, il caratteraccio, lo psicopatico.
giorgio burdi
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Il Permaloso
IL PERMALOSO
Ecco alcune delle più comuni espressioni che lasciano intendere a riguardo della permalosità : ce l’hai sempre contro di me, intendevi invece dire altro, non sei attento al sottoscritto, la tua vera intenzione era diversa….
Cosa è la permalosità ? E’ una reazione emotiva eccessiva di risentimento che genera malessere fisico e malumore, scaturisce da incomprensioni e interpretazioni tali da modificare lo stato dell’ umore. Essa si manifesta sotto forma di irrequietezza o immobilismo psicomotorio, irritazione emotiva, rabbia o depressione. Il soggetto permaloso, nella fase acuta del sintomo, si ammutolisce, rimugina, diviene introverso o irascibile, sornione, tiene il broncio e il malumore, è turbato, si assenta nel pensiero persecutorio del probabile torto subito.
Come si diventa permaloso ? Si origina in fasi di lunghi processi de-formativi. attraverso modalità di aggressività passiva subita e attraverso il meccanismo del doppio legame di cui parla Paul Watzlawick in “ Pragmatica della comunicazione umana “ e che analizzeremo qui di seguito.
L’ aggressività passiva, è caratterizzata dal meccanismo del doppio legame, entrambi sono costituiti dalla presenza di messaggi ambivalenti e controversi in un processo di comunicazione, del tipo, ad esempio, sei una brava persona, ma non va affatto bene per come ti comporti, sei una figlia fantastica, ma non va bene che il tuo ragazzo abbia sette anni meno di te, è mio marito, ma è un deficiente, ti voglio bene, ma non capisci un cazzo….
In un messaggio passa un apprezzamento, l’ evidenza di un ruolo importante, ma nell’ altro viene veicolato una critica, un disprezzo, un giudizio irriverente ed irritante, che lascia perplessi e a volte sgomenti, per la natura aggressiva ed umiliante del messaggio. Sono messaggi disallineati, contraddittori ed incoerenti, diventano disarmanti e vengono nascosti, camuffati in giro di parole, confusionarie che confondono, perché non lasciano intravedere una sola verità, ma due, contrapposte, dove una delle quali è sempre il contrario dell’ altra.
La confusione che generano certi messaggi ambivalenti, lasciano in standby, pensierosi in uno stato di incertezza ed insicurezza, confusi e appesi ad un filo, incerti su cosa pensare.

Allora come si diventa permaloso ? Prevalentemente attraverso quei processi educativi impregnati di messaggi contraddittori, il permaloso è vittima della contraddizione, da essa è stato formato ed essa lui produce, nel senso che ciò che si semina, si raccoglie.
I messaggi ripetutamente ambivalenti, insieme a tutte quelle aspettative disattese, formano ogni soggetto alla diffidenza, al dubbio e all’ incertezza.
Il permaloso allora chi è? È colui che si nutre di perplessità, di dubbio, di diffidenza e di incertezza. Il permaloso non ci crede mai, è un rompi cazzo polemico, vive di sospetto, teme di essere raggirato e fregato, per questo è un pauroso insicuro, teme di essere raggirato di continuo, di essere trattato alla berlina, di essere bullizzato e alla fine, realizza il suo incubo, lo diventa, per via della sua natura di insicuro. Il paradosso per il permaloso, sarà che l’ essere bullizzato gli darà poi ragione per la sua permalosità.

in realtà il permaloso, recita a memoria l’ aggressività passiva subita nel suo passato e tutti quei messaggi ambivalenti dei quali si è nutrito nel corso della sua crescita. Vive nel presente L’ ambivalenza di non comprendere, che non è mai tutto chiaro, che la verità non esiste e di ritrovarsi ad essere stato confuso, sfiduciato, rifiutato ed umiliato, da consentirgli nell’ oggi di non credere a nulla e a nessuna, da avere come regola di vita, mi fido solo di me, non mi fido di nessuno, chi fa da se fa per tre, diffidare è meglio, chi confida, poi diffida.
Si può uscire dalla permalosità ? Certamente, ma alle condizione di voler avere la consapevolezza di essere permaloso, di voler riconoscere quali sono i suoi meccanismi passati di aggressività passiva e di doppio legame subiti, cercando di intercettarli nel presente per scioglierli.
giorgio burdi
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Senza Tempo
SENZA TEMPO
Immaginare di non contare più il tempo e il non guardare più il roteare delle lancette nel loro procedere, da’ la sensazione di essere fermi su di un fotogramma dinamico interno. Il tic e tac del tempo lascia percepire solo ciò che va, fa pensare alla memoria di ciò che sfuma, una dietro l’ altra che irrimediabilmente si consuma, senza fine. Il tempo è una persecuzione, quando sei attaccato alla vita e stai bene, lo conti e percepisci il suo consumarsi, invece quando soffri, è troppo, non vedi l’ ora che passi, che tutto passi in fretta e vada via.
Il trascorrere del tempo comunque, è uno delle maggiori cause dell’ ansia rispetto a ciò che si perde e non torna più. Contare il tempo non ci porta mai al presente, ma sempre a ciò che è andato.
Siamo nevroticizzati dal bisogno di fermarlo, frenando i processi di invecchiamento, di frenare il viaggio, sperando che non passi. Lifting, estetica, alimentazione, sport, vestiti giovanili, sono tutte espressioni di una lotta contro il tempo, a parte quel bisogno indispensabile di bellezza.
1, 2, 3 secondi ci mettono in contatto con il 4 secondo, con un futuro, ma anche con una involontaria frenesia contemporanea di archiviazione, prima ancora che quel tempo venisse vissuto. Il tempo non andrebbe contato, ma solo goduto nella sua scia.
Una vita senza il tempo, è una vita dove non è ne mai troppo tardi o non è mai troppo presto, dove c’è ancora l’ opportunità per fare di tutto e ancora per stare con chi si vuole e fare ancora ciò che si desideri. Mi rendo conto che l’ ancôra è un avverbio di tempo è un appendice del tempo. Una vita senza tempo è una vita senza mai e senza un ancora e ancor di più, senza un però. La misurazione del tempo è una agonia, una prigionia, quando ci diamo l’ inizio e la la fine di ogni possibilità o una frenata per andar cauti perché è ancora prematuro.
Fare in fretta, accelerare o procrastinare, sono tutte modalità dettate dalla frenesia del contare il tempo. La misurazione del tempo rappresenta una delle maggiori cause di malattie e dello stress umano.
Ma si può vivere senza la misurazione del tempo ? Nella vita privata, ritengo di si. In quella sociale si scatenerebbe il caos. Vedere l’immagine postata qui su, di un orologio senza le lancette, è disorientante, prova a guardarlo, è liberatorio in modo inquietante. Smarrisce. Si ha la sensazione di essere sospesi e campati in aria, di non avere punti e spazi di riferimento, di fare un salto nel vuoto, liberi e inquietati, di non appartenere più al nostro tempo, di non avere più ne passato e ne futuro, ma sbattuti nel qui ed ora, nell’assoluto relativo del presente, del tutto è qui.
È sconcertante pensare di non avere più il tempo o non poter avere quella sua meccanica di misurazione. Si avrebbe la sensazione di perdere un riferimento organizzativo, una sincronicità e, una coincidenze di tempi . Ma tutto ciò è vero o le meraviglie accadono al di fuori del tempo, tutto all’improvviso, come essersi appena conosciuti ed avvertire la sensazione netta di essersi da sempre conosciuti ? Certi eventi accadono a prescindere da qualsiasi tempo. Il tempo ci imprigiona con il suo contarlo.

Il “Senza tempo”, e la conquista del non dover pensare ad esso, ci apre in una prospettiva di infinito e di eterno, verso l’ iperspazio, oltre l’ orizzonte, ci pone oltre i confini, ci fa smettere di disperare perché è finita o sul come mai non è ancora incominciata. La dimensione del senza tempo, non concilia affatto con la condizione dell’ attesa. L’ Attesa ,per paziente ed estenuante che sia, impone il dovere di fermarsi e sedere, lo star fermi come statue bloccate da un sistema, contrastando con la dinamicità che siamo. Noi siamo oltre e di più del tempo che abbiamo, siamo altre dimensioni, siamo mente, siamo anima, siamo sentire, che vanno oltre qualsiasi cosa ancora tutte da scoprire.
Nella musica, il tempo impone il ritmo, ma solo nelle pause, quel senza tempo, la musica diviene fattibile. Una vita senza pause, senza il non tempo, sarebbe una vita senza musica, sarebbe una mono nota; il suono hi un gong o di un diapason, si propagano e sfumano il loro suono dettando differenze di tonalità che si propagano nello spazio, nell’ arco di una pausa senza sine che viaggia verso l’ infinito e per questo rilassante. Tempo e spazio, all’ interno del suono, si fondono, diventano parter, l’ uno accompagna l’ altro, e l’ altro trascina l’ uno.
Non c’è movimento della terra o dell’ universo, che abbia tempo, esso non conta mai il tempo, anzi lo genera All’ infinito, ed il loro movimento si fa suono. Il suono detta e canta il suo spartito attraverso il continuo movimento dell’ universo.
Tic tac tic tac, è il suono del tempo, senza il suono ci sarebbe silenzio. il silenzio è un’ altra dimensione del “senza tempo”. Togliere le lancette dal proprio orologio è rimpadronirsi del silenzio, senza il silenzio non può esserci incontro con se e con gli altri. Servirebbe molto silenzio, come accoglienza avvolgente, è nel silenzio della sua pausa, che la parola avrebbe il suo profondo senso.
Il piacere determina un bisogno di lungaggine e di prolungamento dello stesso. Gioire di più, impone il bisogno di far perdurare quel benessere e alla fine scatta il suo countdown. Il malessere invece, impone il bisogno di ridurre il tempo e di renderlo estremamente abbreviato.
Un modo più consono per non lasciarsi incastrare nell’ Alcatraz del tempo, è ribellarsi al ritmo frenetico imposto dalla vita e in particolare modo a chi dispone del nostro. Quando stiamo bene, vorremmo che il tempo si fermasse li, ma quando stiamo peggio, esso non passa mai. Il tempo quindi ha un peso a seconda del nostro benessere – malessere. Esso viene contato ed ha un valore, attraverso le nostre percezioni: Bene – il tempo passa velocemente , Male – il tempo non passa mai . È la sensazione del piacere dispiacere che crea la fissazione o il fluire e da’ il senso al nostro tempo. Avremmo tutti un gran diritto ed impegno nel farsi che il benessere non abbia mai una data di scadenza, ma questo dipende molto da quanto lottiamo perché ciò accada. In tal senso e il più delle volte, siamo noi stessi che ci rendiamo infelici.

giorgio burdi
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Il potere della sessualità
La sessualità è una realtà molto complessa nella dimensione umana. È la dimensione che caratterizza ogni individuo, è parte integrante della persona.
Quando si parla di sessualità, erroneamente si fa esclusivamente riferimento al sesso e agli organi sessuali, ponendo l’accento solo sugli aspetti fisici. In realtà la sessualità racchiude anche le emozioni, i sentimenti, le relazioni, l’intimità, l’istintività e tanto altro.
La sessualità è anche autoerotismo, è la relazione che abbiamo con il piacere e il nostro corpo.
La sessualità lega corpo, spirito ed emozioni pertanto richiede intesa e comprensione reciproca.
Nella sessualità si intrecciano tre componenti: la dimensione biologica, psicologica e sociale dell’essere umano.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità dà la seguente definizione: “La sessualità è influenzata dall’interazione di fattori biologici, psicologici, sociali, economici, politici, etici, giuridici, storici, religiosi e spirituali che arricchiscono e rafforzano la comunicazione e l’amore tra le persone”.
Nella sessualità, dunque, dobbiamo considerare il corpo che racconta il nostro essere nel mondo, la mente all’interno della quale nascono fantasie e desideri sessuali così come paure e preoccupazioni che riguardano la sfera sessuale, l’interiorizzazione di usi, costumi e credenze che influenzano il nostro comportamento.
Oggi, la parziale libertà sessuale raggiunta è il risultato di lunghe battaglie, mutamenti e trasformazioni culturali. Tuttavia, predominano due grandi correnti di pensiero in contraddizione tra loro, quella prevalentemente cattolica che non ha un atteggiamento positivo nei confronti della sessualità al di fuori della procreazione e quella laica che tende ad esasperare la sessualità nei suoi aspetti e valori.
Gran parte dei nostri comportamenti sessuali, così come delle nostre inibizioni, è infatti stata determinata dalle credenze, dalle tradizioni e dal contesto sociale e familiare di appartenenza, modelli che influenzano profondamente il modo di pensare, atteggiarsi e agire.
La sessualità è comunicazione, essa esprime il rapporto con il nostro corpo, la nostra psiche, la nostra storia familiare, le dinamiche relazionali.
La sessualità deve essere considerata un concetto dinamico, cambia a seconda dei cambiamenti personali in quanto l’essere umano è essere sessuato dalla nascita alla morte. Essa non può essere considerata unica, esistono tante sessualità quanti sono gli individui. Ognuna differente dall’altra a seconda della personalità, dell’esperienza e della conoscenza dell’individuo.
La sessualità è un elemento determinante del benessere dell’individuo, abbraccia la sfera personale dell’identità e del funzionamento sessuale, e la sfera delle relazioni interpersonali.
La salute sessuale, infatti, viene descritta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, come uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale legato alla sessualità.
“La salute sessuale è l’integrazione degli aspetti somatici, affettivi, intellettivi e sociali dell’essere sessuato, realizzata in maniera che valorizzi la personalità, la comunicazione e l’amore”.
Saper godere appieno della propria esperienza sessuale è un percorso con non poche difficoltà. Affinché ciò sia possibile, è indispensabile:
- avere buona conoscenza del proprio corpo e di sé
- saper entrare in intimità con sé stesso e con l’altro
- saper ascoltare le sensazioni fisiche e le emozioni
- avere la piena padronanza di un comportamento sessuale in armonia con l’etica personale
- svincolarsi da false credenze e condizionamenti psicologici che inibiscono la risposta sessuale compromettendo la relazione sessuale.
Una sessualità appagante contribuisce al benessere psicofisico, per contro una sessualità non soddisfacente può innescare malesseri o disturbi psichici.
Occorre mettere in discussione quanto avevamo appreso e fatto nostro perché condizionati, e assecondare le proprie capacità percettive. La sessualità deve essere vissuta come realizzazione personale.
La progettazione della propria realizzazione sessuale viaggia parallelamente alla ricerca della propria identità, all’idealizzazione di sé e al progetto di sé nel mondo.
Indubbiamente la sessualità è vissuta in modo differente tra uomo e donna. Per l’uomo la sessualità è una serie di atti sessuali distinti, mentre per la donna la sessualità è una parte del suo essere, della sua esistenza, qualcosa di unico e compatto.
La donna nel rapporto sessuale oltre alla presenza fisica dell’altro necessita della sua partecipazione emotiva, della sua dedizione, l’attività sessuale non riveste un ruolo centrale come per l’uomo. La sessualità femminile pretende la reciprocità, non si esaurisce nell’atto sessuale. La reciprocità è condizione imprescindibile per la realizzazione della sessualità.
L’essenza della sessualità femminile è la partecipazione totale, emotiva e fisica.
L’uomo ha una modalità sessuale prevalentemente fisica, soprattutto visiva. La donna, invece, ha una modalità sessuale più complessa e selettiva. Valuta il partner globalmente, ponendo particolare attenzione agli stimoli psichici, alla parte emotiva, più che a quella prettamente fisica.
Nella sessualità la donna dona all’uomo tutta sé stessa, l’uomo invece ha un coinvolgimento graduale. La sessualità maschile è dunque razionale, quella femminile è emotiva; gli uomini agiscono razionalmente per soddisfare un bisogno, le donne emotivamente.
Per la donna è indispensabile la connessione emotiva, per gli uomini invece non è condizione indispensabile. Mentre per una donna l’atto sessuale è una conseguenza di un coinvolgimento emotivo, di una connessione emotiva, per l’uomo l’atto sessuale e l’appagamento che ne deriva sono un modo per entrare in connessione con l’altro.
L’uomo, dunque, a differenza della donna è capace di separare il sesso dalle emozioni, prova quindi desiderio sessuale anche se non vi è un coinvolgimento emotivo.
Sintesi a cura di:
Dott.ssa Elisabetta Lazazzera
Tirocinante di Psicologia presso Studio BURDI

Presente Relativo, Futuro Assoluto
Presente Relativo,
Futuro Assoluto
Con l’espressione di presente relativo, non intendiamo affatto relativizzare sul presente, ma tutt’ altro, contrariamente a ciò che si può intuire, vogliamo affermare l’ imperialità dell’ esperienza presente.
Il concetto di presente relativo mette in evidenza la centralità del presente come momento eterno ed assoluto, ed in crisi il senso di onnipotenza del dopo, del se, del futuro, del “per sempre”, “per tutta la vita”, e di quello della grande menzogna “ per tutta l’ eternità” , pensieri reiterati sempre nella stessa identica modalità e che attendono inutilmente risultati sempre diversi.
Il concetto di presente relativo propone di non dare nulla per scontato o per già conosciuto, di combattere e sgretolare gli automatismi. Il tutto è nuovo e diverso, pone i dubbi e l’ impegno di osservare la quotidianità come luogo delle continue novità ed opportunità.
Per presente relativo vogliamo intendere tutte quelle micro esperienze fenomenologiche, vissute con devozione e decisiva presenza, che nell’ immediato non hanno carattere necessariamente progettuale o auto realizzativo e formativo, ma rappresentano tasselli fondamentali che non producono null’ altro che gratificazioni e soddisfazioni immediate e che eventualmente produrrebbero, nel divenire, progettualità durature future.
Ogni relazione sana, non nasce da colpi di testa o di fulmine; non sarebbe sana, perché soggetta all’ imprevedibilità della mancata conoscenza. Ciò accade quando si è in affanno nel cercare una persona ideale e definitiva a se; sano sarebbe non cercare mai nessuno; una relazione proficua parte dal totale disinteresse verso l’ altro o dal non dover soddisfare un proprio bisogno. Attraverso una conoscenza tra interessi comuni, si introduce una prospettiva comune, all’ interno di un continuo presente relativo.
La sommatoria di diversi presenti relativi, rendono continuativi la stabilità piacevole del flusso della vita, può esistere un qualcosa di interessante in un prima, durante e in un dopo, solo se i presenti vengono rinforzati da curiosità, da esperienze cariche di significati.
La perdita delle curiosità determinano la demotivazione, la noia e la fine di una relazione. Essa, per essere funzionale, non può far affidamento sulla certezza che potrà esistere sempre e a prescindere, ma esisterebbe sulla base delle curiosità fondate sulle continue spontanee domande e sulle risposte, ovvero attraverso un continuo desiderio di dialogo reciproco.
Una sana relazione, viene data dall’ impegno di affrontare le costanti incertezze e i dubbi riscontrati, che guardi e consideri la le differenze individuali.
Una relazione, che fa affidamento solo alla sua istituzionalizzazione, relative a stereotipi o a certe etichette di ruoli quali, amici, fidanzati, conviventi, accompagnati o sposati, produce certezze relative, veicolano con se aspettative, pretese, sorprese e delusioni inaspettate.
Parliamo spesso di ricerca dell’ anima gemella, dell’ altra metà, di colpo di testa o di fulmine, ma in realtà è solo ciò che in quell’ istante si desidera e piace. Esaltiamo solo quei tratti attrattivi necessari al periodo. Il tal senso poi c’è la sorpresa. Il dopo, ripropone ciò che avremmo dovuto vedere nel prima, la globalità, ma si è ciechi, in quegli istanti esisterebbero solo i dettagli.
Il presente relativo ci permette di evitare l’ ovvio e lo scontato, consentendo di investire pienamente nel qui ed ora. La reiterazione di una attenzione intensa e continua verso, crea un naturale desiderio ed impegno, apre prospettive verso um futuro relativo progettuale che possiede un intrinsecò suo carattere di incoerenza.
Nel presente relativo, tutto è coerente. Le magnificenze che si incrociano, possono essere in quell’ istante coerenti tra di loro, ma incoerenti con la vita che conducono. Si scontra ripetutamente una coerenza presente, su una incoerenza futura, tra di loro fanno guerra.
La coerenza del presente relativo non vorrebbe mai confrontarsi con l incoerenza del futuro assoluto, anzi , non lo vede affatto, non lo considera, fa esattamente finta che non esistesse, lo ripudia.
Il presente relativo è ricco di passioni ed interessi, e ne scopre tanti, ripercorrendoli, è ribelle, è edonistico, è immoralistico, gode l’ intensità dei significati di quegli istanti, si interessa solo di vivere, vive; d’altra parte di cosa dovremmo preoccuparci ed interessarci, della non vita, della morte?
È vita tutto ciò che ci bombarda con milioni di stimoli, ma filtriamo tutto, ci lasciamo le briciole, per senso di sacrificio moralisticamente condiviso. La vita è una continua fonte e lotta tra coerenza del presenze ed incoerenze del futuro, nel tentativo continuo che la coerenza predomini, che la vita predomini. Nel presente relativo convivono insieme sempre, attrazione, desiderio, progettualità ed incoerenza. Convivino elementi contraddittori.

Mi rendo conto che, questa modalità di pensiero, toglie ogni forma di certezza relazionale e di affidamento, ma consideriamo nel modo migliore, predispone ad una attenzione verso l’ universo di se e dell’ altro.
È esattamente questo concetto di “universo” che apre verso nuove prospettive esemplari. Una relazione termina quando finisce il senso di universo dell’ altro e, come in uno specchio, attraverso la fine dell’ attenzione verso di se. L’ altro ci permette di scoprirci e come in uno specchio, la perdita di interesse per l’ altro diviene la perdita di se con il conseguente distacco.
Le storie di dipendenza affettiva sono storie decadute sull’ impoverimento del rapporto, creduto ancora universale come un dogma. La dipendenza affettiva è la fissazione e l’ affezione al dogma dell’ ideale di noi.
Il concetto di presente relativo, toglie apparentemente ogni forma di certezza e punto di riferimento, ma in realtà l’ unica certezza che possediamo, risiede esattamente in quell’ istante. Le certezze assolute non esistono, esse vengono tolte, dalla morte. Esistono solo certezze e presenti esclusivamente relativi che meritano la loro considerazione grandiosa ed assoluta.
Nulla è mai così tanto definitivo, se lo fosse non sarebbe la vita, perché manco essa lo è. Vivere all’ interno di questa consapevolezza, ci permette di non sprecare il tempo in direzione futura, ma nella sua intensità e dedizione presente.
Il concetto di futuro assoluto sposa quello di onnipotenza, il sapere che un qualcosa verrà fatto e lo sarà per sempre, rammenta quello di perfezionismo, di controllo e di cristallizzazione della vita e nei suoi obblighi. È esattamente nel concetto di obbligo, e di appartenenza statica, la fine di qualsiasi sogno. Senza una appartenenza a se, non può esistere qualsiasi appartenenza a nessuno.
Il legame vero è rappresentato dalla sommatoria di esperienze di appartenenza in intensi presenti relativi, essi però non possono essere a garanzia della loro proliferazione futura. Il malessere si evince dalla nostalgia di tali momenti e dalla loro memoria, dalla quale il presente dovrà attingere per mantenere in vita l’ illusione di una relazione esistente, del genere, ti ricordi come stavamo bene ?
Tutti questi aspetti sono fantasmagorici e derealizzanti del soggetto, lo fanno sognare, da fargli perdere di vista il senso della concretezza, diviene ossessivo e compulsivo arriverso un pensiero ideativo.
Un soggetto, in una relazione nativa, decide di intraprendere un viaggio relativo, senza prospettive tali da non voler costruire inizialmente nulla, in un viaggio simile viene orientato a mettersi in gioco, spogliandosi di impostazioni varie e stereotipi. Parte come nuovo. Disinteressato, disattiva schemi e protagonismi, osserva funzionalità e disfunzioni.
Ogni storia importante e sana non nasce sul criterio del tutto definito e definitivo, ma sul criterio del relativo. Chi vive nel relativo, vive quella sua Storia, perché impegnato nel tutelarla, se diviene intensa, una storia che lascia è concentrata sulla profondità di quell’ istante.
L’ attesa di una storia definitiva, è l’ attesa del nulla, è un’ ipoteca su un bene ancora inesistente, di un principe fiabesco che non c’è, di un futuro non prevedibile; solo le meraviglie del presente, in divenire, spianano una prospettiva visibile futura .
Chi è orientato dal suo ideale , non vede, se non la propria ideazione. La persona presente, tiene piantati i piedi per terra, vive e gode delle sensazioni in essa presente. Chi cerca il definitivo chiede sicurezze insostenibili, inesistenti per le sue incertezze, perde tempo perché insegue il proprio sogno, non vive, fantastica nel suo iperuranio . La realtà vissuta, è invece una novità, tangibile, è rivelatrice di meraviglie, superiore a qualsiasi ideazione astratta, del nulla o del tutto soddisfacente.
Un definitivo nasce da una sequenza di relativi intensi. Si è pronti ad innamorarsi solo quando si è coopredenti negli istanti relativi, quando non si ha più il bisogno di tutelarsi gli altri o di esercitare il potere sugli stessi. Un definitivo nasce dal giungere spogli da teorie, congetture, moralismi, convinzioni, stereotipi, dogmi popolari, da qualsiasi sub struttura che incapsuli una relazione. La presenza di questi limiti, rappresentano i sintomi di una relazione che di la a poco si frantumerà.
Non si è pronti ad innamorarsi, quando si chiedono garanzie e certezze altrui, quando si applicano protocolli di soli programmi di necessità, come farebbe una agenzia di servizi, o se vengono richieste certezze e spalle sicure, la garanzia di tutelarsi la propria metà o l’ anima gemella, tutti stereotipi che anticipano il fallimento. Il bisognoso di appoggiarsi, di possedere, di ingelosimento e di dipendere affettivamente, fagocitano, rendono la relazione pesante, sono aspetti tutti insiti all’ interno delle prime battute di una relazione, che anticipano un la fine.
La vita va vissuta per tutto il nuovo e il divino che ripropone il relativo del non conosciuto, per tutto il diverso e l’ imprevedibile, per ciò che non era stato previsto, ma esiste, per quel fugace relativo che offre la luce. Chi è piantato nel relativo, è piantato nella vita, raccoglie nel presente, ne coglie la sua profondità, chi invece è imperniato sull’ ideale del definitivo, perde il senso delle cose e suona fuori tempo. Cogli l’ Attimo.
giorgio burdi
Continua
La Terapia di Gruppo e Il Gioco degli Specchi
Il Gioco degli specchi
La potenza della Gruppo Analisi
Seduto su una sedia, attendo che altre sedie, tutte posizionate in circolo attorno a me, accolgano il loro ospite.
Uomini e donne, come punti in equilibrio su una circonferenza, tutti alla ricerca del loro centro.
E per trovarlo, il loro centro, hanno deciso di spogliarsi di ogni orpello, di ogni maschera e specchiarsi nelle vite ed esperienze altrui.
C’è Chi siede sempre nello stesso posto. Chi invece lo cambia continuamente, forse alla ricerca dello specchio che gli restituisca più nitidamente la propria immagine.
Chi si siede ma in realtà non è lì.
Chi si siede e ascolta.
Chi parla ma non ascolta.
Chi a volte piange ma, alla fine, va via con un sorriso.
Chi sembra forte ma è fragile dentro.
Chi sembra fragile ma è in realtà duro come il diamante.
Tutti diversi ma tutti legati a questo sottilissimo filo d’oro circolare che si passano di mano in mano come una cordata su una catena montuosa e lo tengono stretto per non cadere nei soliti burroni, cercando di restituirselo integro la volta successiva.
Da un anno faccio parte di questo cerchio, da un anno mi specchio in ciascuno di quei puntini ed in ognuno di loro trovo qualcosa di me.
E in questo “gioco di specchi” lo scopo è quasi sempre togliere: paure, ansie, credenze, convinzioni, dipendenze, certezze fasulle, tutto ciò che io non sono.
Ognuno si riflette nella vita dell’altro e toglie dentro di sè scorie che pensava ormai inamovibili.
Una voce fuori campo, parla.
Ascolto e sento parlare di Indicibile, di Numero Uno, di 101 %, di Risorse, di Valorizzazione della persona, di Amore, di Azione, di Uccidere il Buddha, di desideri, di tutto ciò che mi riporta forte in vita.
C’è qualcuno che mi parla sempre, prima fuori nel gruppo e poi dentro e c’è chi quel cerchio lo ha pensato e disegnato e contenuto nel palmo di una mano, perché tutti i suoi punti possano più precisamente allinearsi, caratterizzarsi e individualizzarsi.
Qualcuno che quel cerchio cerca ad ogni incontro di levigarlo nei suoi attriti in modo che possa rotolare via lontano, senza inciampi e mai più far ritorno.
Un applauso ad ogni vita ritrovata.
Una sedia si svuota e si festeggia, ma il cerchio non si stringe mai.
Chi va via, lascia sempre il posto ad un altro specchio pronto dal proprio buio a farsi luce e a riceverla a sua volta.
Sono seduto sulla mia sedia ed in attesa di trovare, oggi, il mio riflesso penso a quanto sarebbe più facile la vita sol che si avesse il coraggio di lasciarsi andare all’ascolto e guardare senza mai abbassare lo sguardo, parlare senza aspettare, agire senza procrastinare e rinunziare a vivere la propria scena.
Le sedie attorno a me sono ora tutte occupate. E’ tempo di iniziare. La Voce comincia a parlare… E’ ora di “riflettere”… E’ ora di “riflettersi”, è ora di cambiare.
francesco pastore
giorgio burdi
disegno del fantastico fumettista giun


L’ indipendenza
L’ INDIPENDENZA
è individualità o relazione ?
Quando pensiamo alla parola “indipendenza” la prima cosa che ci viene in mente è la capacità di saper stare da soli, di saper bastare a noi stessi.
Siamo portati, di conseguenza, a pensare che l’indipendenza significhi stare da soli, allontanarsi da tutto e tutti, facendo valere la nostra caparbietà e determinazione.
Probabilmente, per alcuni, vuol dire essere in grado di allontanarsi e tagliare i ponti con chi, in passato, ha messo in discussione la nostra forza di saper stare da soli rendendoci dipendenti emotivamente.
Anche se, di primo impatto, può sembrare un ragionamento corretto, in realtà non lo è. Perché non è questo il giusto percorso da seguire ?
Perché la vera indipendenza è il saper bastare a se stessi, facendo valere il proprio pensiero, senza condizionamenti esterni, non evitando questi ultimi. Significa far valere il nostro numero uno rispetto a chi rappresenta il nostro numero due.

Come potremmo mai mettere alla prova la nostra capacità di farlo valere allontanandoci dalle persone che più ce lo mettono in discussione? Che tipo di prova daremmo a noi stessi se non ci confrontassimo con gli altri? La verità è che chi evita di mettersi in gioco, allontanandosi, è il vero “dipendente”. Teme che interagendo con l’esterno possano venir fuori le sue debolezze, le sue fragilità, la sua ricerca di sicurezza in qualcun altro che non sia lui.
Mostrarsi agli altri facendo valere la propria personalità è una palestra mentale e più la si allena, minore è la paura di aver bisogno di qualcuno che compensi le nostre insicurezze.
Quindi, quello che più temiamo all’inizio di un percorso verso l’indipendenza, è in realtà la nostra possibilità di rivalsa.
Eleonora Tegliai
Continua
