
Le Contaminazioni
Elena è una donna di cinquant’anni, con una solida formazione universitaria e un lavoro in una località del centro Italia. Sta bene con sé, preferisce stare sola, ma viene in studio per comprendere perché non senta il bisogno di avere un uomo. Racconta di aver avuto relazioni importanti e aggiunge un particolare: dopo l’intimità doveva lavarsi per bene. Nel ripercorrere la sua storia emerge che, a cinque anni, mentre la madre accudiva il marito, veniva affidata a una vicina. Sua figlia Miriam, di sei anni più grande, chiudeva la porta del salone, si sdraiava e le chiedeva di accarezzarle le parti intime. Elena racconta di aver poi ripetuto quei gesti con la sorella Sara e con Terry, una bambina più intraprendente. Nel cortile quei comportamenti erano proseguiti, fino a quando una delle bambine le aveva chiesto un contatto orale-genitale.
Elena si era rifiutata, disgustata, interrompendo definitivamente quelle esperienze. L’emozione del disgusto può aver fissato nella memoria di Elena quella richiesta di rapporto orale sull’altra bambina, lasciando un filo d’Arianna lungo quarantacinque anni. È l’emozione che può essere rimasta viva, fino a riaccendersi nell’intimità di oggi, nel bisogno di lavarsi dopo un rapporto e, forse, nella distanza dalla relazione con un uomo.
La contaminazione potrebbe trovarsi proprio in questo passaggio: l’esperienza è terminata, ma l’emozione legata a quell’esperienza entra nelle successive, mescolando ciò che Elena vive adesso con ciò che ha vissuto allora. Ma perché oggi la distanza dalla relazione con un uomo, se l’esperienza era avvenuta con altre bambine? Perché le prime esperienze della propria sessualità possono generalizzarsi lungo la vita attraverso le sensazioni e i significati che lasciano: ciò che si riattiva può riguardare l’intimità, il contatto, l’esposizione del corpo, indipendentemente dal sesso dell’altra persona. Nel bambino l’identità sessuale è in formazione; non è assente, ma manca ancora la comprensione adulta di quelle esperienze.
Esse possono influenzare il modo di vivere la vicinanza senza determinare l’orientamento sessuale o decidere inevitabilmente il futuro. È su questo possibile filo che il lavoro con Elena deve soffermarsi, per comprendere se l’emozione del disgusto continui a contaminare il suo presente e quanto spazio lasci alla libertà di vivere una relazione oppure di scegliere di stare sola. Elena non era sporca. Eppure una persona può arrivare a sentire sul proprio corpo qualcosa di intollerabile, come se dovesse togliersi di dosso un’esperienza attraverso l’acqua. Il sapone incontra la pelle, mentre l’emozione del disgusto potrebbe avere radici nella memoria di una relazione. Il presente arriva con un volto nuovo e trova un’emozione antica ad aspettarlo.
Si può amare la solitudine; la domanda riguarda la libertà di sceglierla: è uno spazio nel quale Elena respira oppure, almeno in parte, una distanza che la protegge? La contaminazione non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda anche i traumi, i mandati, i ruoli, i modelli, gli obblighi e le responsabilità che entrano nella vita di un soggetto e possono influenzarla ben oltre le situazioni nelle quali sono nati.
Un padre ripete al figlio che è incapace; anni dopo, davanti a un’opportunità, quel figlio si ritira dicendo di non essere all’altezza. La voce è diventata la sua, il giudizio ha conservato il proprietario originario. Chi sta decidendo, davanti a quella possibilità? Il padre può essere lontano, persino morto, e continuare ad avere una sedia alla scrivania del figlio. Il giudizio ricevuto ha contaminato la percezione del proprio valore: ogni difficoltà sembra una conferma, ogni risultato una fortunata eccezione. Una madre affida alla figlia la propria solitudine: «Sei l’unica che mi è rimasta». La ragazza impara a misurare le partenze attraverso il dolore che potrebbero provocare. Rinuncia a un viaggio, rimanda un trasferimento, risponde al telefono anche mentre sta facendo l’amore.
Il bisogno materno è entrato nel suo diritto di vivere. Può chiamarlo premura, ma dentro quella premura il desiderio deve chiedere continuamente scusa. Ecco la contaminazione di un mandato: amare qualcuno finisce per significare non lasciarlo mai scontento. Persino la felicità diventa sospetta, perché porta altrove. Ci sono famiglie nelle quali un bambino viene nominato forte prima ancora che qualcuno gli domandi se abbia paura. Diventa quello che regge, risolve, consola. Crescendo porterà quel ruolo al lavoro, nella coppia, nelle amicizie; tutti sapranno dove appoggiarsi e pochi penseranno di offrirgli una spalla.
Il ruolo ha contaminato l’identità fino a rendergli vergognosa la stanchezza. Che cosa rimane di lui quando non sostiene nessuno? Una colonna non può sdraiarsi, una persona sì, ma per concederselo dovrà riconoscere di essere diventata un sostegno anche contro i propri bisogni. Altri ricevono il compito di riuscire per tutti. Una laurea deve riscattare le rinunce del padre, una carriera riparare le umiliazioni della famiglia. Ogni traguardo porta una folla sul podio. Il figlio viene applaudito, ma non sa più se desiderasse davvero arrivare lì. Il mandato ha contaminato l’ambizione: dentro il successo c’è un debito che nessun risultato riesce a estinguere.
Come potrebbe sentirsi finalmente soddisfatto, se sta tentando di completare la vita di qualcun altro? Anche la responsabilità può essere invasa. Un bambino ascolta i genitori litigare e cerca di diventare più bravo per farli smettere. Porta un bel voto come un secchio d’acqua davanti a un incendio. Da adulto può continuare a intervenire in ogni conflitto, a sentirsi colpevole del malumore altrui, a offrire soluzioni che nessuno gli ha chiesto. Si sente responsabile anche di ciò su cui non ha potere. Il dovere ha perso il confine, e la sua vita diventa un turno di reperibilità senza fine. Nelle relazioni sentimentali la contaminazione può essere ancora più difficile da riconoscere, perché indossa qualcosa che desideriamo. Chi è cresciuto tra affetto e umiliazione può trovare familiare una persona che lo cerca e poi lo svaluta.
L’incertezza diventa attesa, l’attesa occupa le giornate, e quella tensione viene scambiata per la misura dell’amore. Una presenza affidabile potrebbe persino apparire poco coinvolgente: non costringe a inseguire, non tiene svegli, non chiede di conquistarsi ogni volta un posto. Quale idea di amore è entrata dentro di noi, se per sentirlo abbiamo bisogno di temere continuamente di perderlo? Il modello ricevuto può contaminare il riconoscimento di ciò che ci fa bene. Anche gli obblighi si insinuano nel riposo. Una persona si siede, ma dopo pochi minuti deve alzarsi e trovare qualcosa da fare. Nessuno la sta rimproverando, eppure sente di perdere tempo. Ha imparato che il valore dipende dall’utilità e ora porta quel metro persino sul divano.
Il lavoro è finito, il sorvegliante è rimasto. Non tutti i doveri sono catene: esistono impegni reali e persone delle quali siamo responsabili. La contaminazione comincia quando non riusciamo più a distinguere ciò che ci compete da ciò che facciamo per scongiurare vergogna, rifiuto o colpa. È questa mescolanza a renderla insidiosa. La paura prende il nome di prudenza, la sottomissione quello di bontà, il controllo quello di attenzione. Ci abituiamo a una spiegazione di noi stessi che nasconde il prezzo pagato per diventare così. «Sono fatto in questo modo», diciamo, e chiudiamo la questione proprio dove avrebbe bisogno di aprirsi. Quanto di quel modo ci appartiene e quanto è stato necessario per essere accolti, per evitare una punizione, per conservare un legame?
Riconoscerlo non significa attribuire ogni disturbo alla famiglia o a un trauma: la sofferenza psicologica ha origini complesse. Significa individuare, nella storia di quella persona, dove un’esperienza continui a estendere i propri effetti oltre il contesto nel quale è nata. La cura lavora su questi confini. Aiuta a riconoscere una voce prima di obbedirle, a distinguere una responsabilità da un debito impossibile, una vicinanza attuale da un’invasione passata. Per Elena potrebbe significare comprendere il bisogno di lavarsi e restituire al proprio corpo un’esperienza di rispetto, senza imporle una relazione come prova di guarigione.
Può restare sola, può desiderare qualcuno: ciò che conta è che abbia spazio per scegliere. La porta di quel salone veniva chiusa da un’altra persona; il suo presente ha bisogno di confini sui quali possa esercitare la propria volontà. In termini clinici, uso dunque contaminazione come una metafora di un processo, non come una diagnosi: esperienze traumatiche, giudizi, mandati e modelli relazionali vengono interiorizzati e possono riattivarsi nelle situazioni presenti, influenzando la percezione di sé, le emozioni e i comportamenti, fino a restringere la libertà di scelta.
Nel caso di Elena, il nesso da verificare riguarda la memoria dell’emozione del disgusto, un possibile vissuto di contaminazione mentale, cioè una sensazione interna di sporcizia senza una contaminazione fisica attuale, e il ricorso al lavaggio o alla distanza per attenuare il disagio. La parola “compulsione” diventa pertinente se quel lavarsi è vissuto come un gesto obbligato, difficile da interrompere, al quale ricorrere per neutralizzare il malessere; il solo racconto non basta a stabilirlo. L’emozione del disgusto può aver lasciato una traccia tenace, ma definirla indelebile significherebbe negare la possibilità di trasformazione alla quale la cura lavora. Elena non ha bisogno di essere ripulita dalla propria storia: ha bisogno che quella storia non decida, al suo posto, che cosa le sia ancora possibile vivere.
La storia riportata è vera ma i nomi luoghi e date sono tutte di fantasia nel rispetto della privacy
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